Black mirror è una serie televisiva britannica ideata e prodotta da Charlie Brooker. Fino ad ora sono uscite solo due stagioni da tre episodi ciascuna, ogni episodio racconta una storia diversa anche se il filo conduttore è sempre lo stesso: il black mirror, metafora di una tecnologia sempre più organica e talmente invadente da essere ormai parte integrante del corpo di ogni essere umano. Charlie Brooker, dunque, riprende e sviluppa con una sensibilità del tutto particolare quella famosa “Nuova Carne” di cronenberghiana memoria ambientando il tutto in un futuro distopico che mostra di avere molti punti di contatto con la nostra realtà, più di quanto ci si potrebbe aspettare.

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I sei episodi usciti fino adesso sono sei piccoli capolavori di scrittura, regia e recitazione. Ma in questo articolo voglio parlarvi di White Christmas, uno speciale di Natale diretto da Carl Tibbetts e scritto naturalmente da Charlie Brooker andato in onda su Channel 4 il 16 Dicembre 2014.
White Christmas ci racconta di una realtà ipertestuale, un gioco di scatole cinesi dentro il quale si rischia di perdersi. Tutto inizia con una conversazione tra due personaggi misteriosi, chiusi in una casetta di legno situata nel mezzo di un paesaggio ghiacciato e desolato. Joe e Matt sono i protagonisti di questa storia e da quello che si racconteranno, il mondo dentro il quale stiamo vivendo attraverso i loro occhi verrà svelato pezzo per pezzo. La dimensione virtuale, ormai, nell’era dei social network come ben sappiamo non è altro che un concetto privo di fondamenta; non c’è nessuna differenza tra virtuale e reale, tutto ciò che avviene on-line ha dirette conseguenze sulla realtà vera e propria. Non c’è una linea di demarcazione che separa quelli che apparentemente sono visti come due mondi separati. Charlie Brooker si mostra abile nell’esasperare questo discorso mostrandoci come possano interagire tra loro individui che nel loro habitat off-line siano in grado di relazionarsi usufruendo di interfacce simili se non identiche a quelle tipiche del mondo on-line (quello fatto principalmente di social network, forum e community per intenderci).
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Il risultato è un trip disorientante fatto di molteplici realtà inscatolate le une dentro le altre. Gli esseri umani sono veri e propri apparati tecnologici il cui sistema operativo può essere clonato con un’operazione di back-up e il mondo in cui vivono un vero e proprio social network sconfinato, dove è addirittura possibile bloccare le persone che si desidera eliminare dalla propria vita rendendole ombre indefinite come residui di un lontano ricordo ormai sepolto.
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Tutto questo è reso possibile dalle lenti Z, lenti a contatto che tanto fanno pensare ai famosi Google Glass e alle Google Contact lens da qualche anno tanto vociferate. Secondo voi la nostra vita è e sarà davvero tanto diversa da ciò che ha profetizzato Charlie Brooker con il suo Black Mirror? In che modo la tecnologia sta influenzando le relazioni interpersonali? Ai posteri l’ardua sentenza.

Mirko

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Nel 2011 iniziai a scrivere un romanzo inconsapevolmente. Scrissi, per caso, un breve racconto autobiografico per un esame dell’università: il corso di scrittura creativa, ai tempi, tenuto da Antonio Scurati. Il racconto in questione si intitolava “Vermi”; lo feci leggere a qualche compagno di corso… uno di loro mi disse: “ Dovresti vergognarti!” In quel momento capii che scrivere è un po’ come esporsi in maniera compromettente ma, se vuoi davvero comunicare qualcosa e cercare di dare un senso a quello che stai facendo, devi riuscire a guardarti dentro ed essere trasparente nonostante tutto. Consapevole di ciò ho continuato a scrivere e “Vermi” divenne solo l’inizio di un lungo viaggio nel quale ho avuto modo di conoscere meglio me stesso. Portai a termine questo lavoro cercando di essere il più sincero possibile, senza pormi limiti o costrizioni. Cercavo di inquadrare la “realtà” tale e quale come essa mi si presentava davanti agli occhi. Quando parlo di sincerità e di realtà non mi sto riferendo al fatto di aver scritto un libro autobiografico; ho semplicemente contaminato la storia alla quale stavo lavorando con pensieri, dubbi e osservazioni genuine scaturite da quel caos fatto di forze vitali e distruttive che ogni giorno, senza rendermene conto, stavano influenzando la mia personalità e la mia creatività. Per questo motivo il protagonista di “Caos Karmico” è una sorta di alter ego che agisce in un mondo molto simile a quello che fu il mio. Un mondo privo di coordinate, privo di riferimenti specifici… una sorta di microcosmo universale fatto di relazioni ambigue e inconsistenti, aspiranti attori, scrittori egocentrici, famiglie in rovina, artisti assassini, ragazzi allo sbando, profeti illuminati, alchimisti dalle ideologie radicali, rapporti sessuali anomali, preti arrapati, giornalisti d’assalto, talk show assettati di sangue, individui che arrancano trascinandosi sotto terra come topi in cerca di cibo… troverete tutto questo e molto altro nel mio romanzo.
Tv e Sarah Scazzi

Dimenticatevi delle solite storielle sul bene contro il male… l’idea è proprio quella di mischiare e confondere questi concetti in modo da delineare un ritratto tanto grottesco quanto il più possibile reale di una società, la nostra, minata dall’apatia e dall’individualismo. Su questa linea di confine tra realtà e finzione la mia storia si dipana, si contorce, si sdoppia all’interno di mondi immaginari e allo stesso tempo reali, verso una ricerca disperata della verità e del grado di consapevolezza che essa si porta dietro. Ma in un mondo dove Dio è la televisione, la luce che illumina il percorso verso la verità ultima e inespugnabile, questo processo risulta alquanto ostico ed è per questo motivo che per correre in aiuto alla realtà dobbiamo appellarci al potere sconfinato dell’immaginazione.

CAOS_KARMICO_1 per blogSpero di essere riuscito a rendere nel migliore dei modi queste considerazioni anche nel mio libro. Non sono uno scrittore né mi professo tale. Volevo solo raccontare una storia. Raccontare e comunicare qualcosa che forse, mi auguro con tutto il cuore, possa un giorno aiutare e invogliare qualcuno a vedere le cose secondo un’altra prospettiva. Stimolare un pensiero meno superficiale rispetto a quello radicato nella maggior parte della gente, annebbiata da una cultura dominante fatta di falso buonismo, ingabbiata in rigidi schemi antiquati.

Se qualcuno fosse interessato a fare una recensione di “Caos Karmico” sul suo blog, sito ecc… non esiti a contattarmi e provvederò subito a fargli avere una copia.

Potete ordinare il libro cliccando su questo link:
http://www.lafeltrinelli.it/libri/mirko-catoio/caos-karmico/9788899021320

Mirko

Dan Gilroy, con il suo film d’esordio, ci mostra un “reale” plasmabile che si apre a un vasto bacino di possibilità. Jake Gyllenhaal viene plasmato a sua volta per vestire i panni di questo sciacallo, un animale notturno insaziabile che riesce a fare tesoro di tutto ciò che la vita può offrirgli. Lou, infatti, è un personaggio privo di tratti umani; non crede nelle relazioni è un solitario, sopravvive come può, reinventandosi di volta in volta a seconda del suo fiuto per gli affari. Da semplice ladruncolo, assistendo una sera per caso a un incidente automobilistico, viene folgorato da un’illuminazione: diventare un reporter d’assalto specializzato in casi di cronaca nera. Perché, come sostiene il network per il quale Lou finirà a lavorare, il sangue fa audience.

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La critica ai media, spietati e manipolatori, in sostanza non è nulla di così originale e, a parer mio, in questo film risulta anche abbastanza scontata e poco approfondita. Complice anche una sceneggiatura priva di grandi colpi di scena, che punta dritto a un finale cinico ma in fondo prevedibile. Tuttavia ho trovato alcuni spunti interessanti. La morte e la tragedia viene esperita sia da noi spettatori sia da Lou tramite uno sguardo mediato; quella è la nostra verità, l’unica realtà che ci è concesso sapere mentre quello che dovrebbe essere il mondo reale spesso si manifesta come frammentario, ambiguo e sfuocato. Questo mondo disordinato e sfuggevole, come arriverà a capire lo “sciacallo”, necessita di una sorta di manipolazione, una messinscena del reale. Quando Lou trascina il cadavere dall’oscurità posizionandolo davanti ai fari della macchina accesi per riuscire a immortalarlo meglio, oppure quando sposta le foto di famiglia sul frigo vicino ai fori di proiettile causati dalla sparatoria appena scoppiata; sente il bisogno di conferire alle sue riprese un’estetica necessaria a colmare quel distacco empatico tra chi fruisce le immagini e chi le ha generate.

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Ecco quindi sopraggiungere l’azione di uno sguardo soggettivo che con la sua sola presenza è in grado di controllare e influenzare a suo piacimento la vita nel suo incessante e frenetico divenire. Non è un caso dunque che questo pallido animale della notte, interpretato magistralmente dal buon Jake, inizia a diventare una sorta di regista capace di controllare gli avvenimenti e le persone con l’intento di portare a compimento la sua opera calcolando tutto in ogni minimo dettaglio. L’azione dello sguardo e il suo impatto sulla realtà diventa un vero e proprio gesto tangibile e pericoloso. Un gesto ossessivo in grado di indurre alla dipendenza continua come il flusso di immagini generate dalla telecamera di Lou che esita fino all’ultimo in grandangolo per accaparrarsi tutto ma proprio tutto quello che è possibile ottenere dal singolo evento. Ciò che non funziona, secondo me, nel film di Gylroy è il fatto di aver omesso che tipo di rapporto si instaura tra le immagini catturate da Lou e coloro che vengono sottoposti a queste immagini.

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Il discorso sembra spostarsi più sulla figura del self-made-man incarnata dal grottesco protagonista che, come già accennato sopra, risulta quasi del tutto disumanizzato. Proprio questo personaggio si fa carico di una mediazione controproducente, che sembra muoversi in senso inverso, tra il film di Gylroy e noi spettatori impossibilitati a entrare in empatia con la storia narrata.

ATTENZIONE SPOILER!

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Martyrs è un film francese del 2009 diretto da Pascal Laugier e, per ogni appassionato di cinema horror che si rispetti, questa pellicola è un tassello fondamentale perché ha segnato un punto di non ritorno nel cosiddetto genere “torture porn”.
Il film di Pascal (I bambini di Cold Rock, 2012) è spiazzante e disorienta lo spettatore catapultandolo in un vortice di orrori senza fine. La sceneggiatura è strutturata in modo particolare; Laugier mostra le sue carte una per una man mano che si procede nella visione. Ogni segmento narrativo contribuisce a portare avanti un’analisi accurata delle varie forme con le quali viene a manifestarsi il dolore e, dato che stiamo parlando di cinema, la complessa struttura concettuale della sceneggiatura si riflette sulle metodologie di rappresentazione ad esse legate. Partiamo con ordine:

PRIMA PARTE

Nell’incipit del film veniamo subito a conoscenza della triste storia di Lucie: una ragazzina di dieci anni, scomparsa alcuni mesi prima, che viene ritrovata mentre cammina per la strada in stato catatonico. Il suo corpo porta terribili segni di aggressione ma non c’è alcuna traccia di violenza sessuale.

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Accolta in un orfanatrofio, Lucie, matura un profondo legame d’amicizia con Anna, sua coetanea, e proprio quest’ultima diventerà una figura molto importante durante lo svolgersi della vicenda. 15 anni dopo, infatti, Anna aiuterà Lucie, ormai tormentata dalle strane visioni di una donna orrendamente sfregiata e mutilata, a trovare la casa nella quale da piccola era stata imprigionata e seviziata prima che riuscisse fortuitamente a scappare. A questo punto del film Pascal costruisce un raffinato e accattivante gioco linguistico per disorientare lo spettatore: la soggettiva di una presenza intenta ad inseguire una ragazzina che, urlando, sta correndo giù per le scale verso il piano terra della villa incriminata. Non appena la presenza misteriosa riesce ad afferrare la ragazzina, quest’ultima inizia a ridere e scopriamo che la soggettiva appartiene, in realtà, al fratello maggiore che si sta vendicando “amorevolmente” della sorella a causa di un’innocua scaramuccia e il tutto viene interrotto dal padre che li riprende con affetto invitandoli a sedersi a tavola per la colazione. Il luogo del presunto rapimento di Lucie e delle sue torture, apparentemente, è abitato da una comunissima famiglia simile a quelle che spesso ci capita di vedere nelle pubblicità della “Mulino bianco”. Il ruolo della soggettiva funge da monito, un messaggio criptato da parte del regista rivolto agli spettatori: attenzione a quello che state guardando, nulla è come sembra! Pare volerci dire questo se prendiamo in analisi tutti gli snodi e i ribaltamenti di prospettiva ai quali Pascal sottoporrà da qui in poi l’intreccio e la struttura della sua pellicola. A questo punto Lucie riconosce nell’amorevole madre il suo aguzzino e irrompe nella casa con un fucile a canne mozze compiendo una strage a sangue freddo mentre Anna rimane fuori ad aspettarla inconsapevole dell’orribile impulsività della compagna.

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Il sociologo Luc Boltanski affrontando la questione specifica delle tipologie di rappresentazione della sofferenza nei media e delle modalità con le quali gli spettatori si interfacciano ad essa ha elaborato tre topiche: la topica della denuncia, quella del sentimento e quella dell’estetica. In questo passaggio della pellicola Pascal tocca il primo punto ovvero la topica della denuncia che chiama in causa il concetto di pietà in una declinazione particolaristica nella quale l’emozione si distacca dall’infelice, in questo caso Lucie ovvero la vittima in questione, per puntare in direzione di un persecutore che viene accusato, in questo caso la madre e la sua famiglia. Ciò è dovuto anche al fatto che presto veniamo a scoprire che effettivamente la donna assassinata insieme ai suoi figli e al marito era davvero coinvolta nelle atrocità alle quali è stata sottoposta Lucie da piccola e, quindi, a buon ragione desiderosa di vendicarsi. In questo primo punto lo spettatore è portato a parteggiare per quest’ultima travolto da un sentimento di indignazione.

SECONDA PARTE

Anna si precipita a soccorrere la famiglia trucidata da Lucie ma ormai è troppo tardi. Pur non condividendo il gesto dell’amica decide di aiutarla a seppellire i corpi mentre titubante si domanda se sia il caso di chiamare la polizia e denunciarla, sebbene le voglia un gran bene. Lucie dopo essersi vendicata continua ad essere tormentata dalle visioni della donna che la spingono a togliersi la vita( la donna è una proiezione del senso di colpa: da bambina Lucie quando riuscì a liberarsi e a scappare, nonostante avesse visto la stessa donna venire torturata non la liberò e decise di scappare). Anna, sconvolta, assiste alla scena e si ritrova costretta a dover seppellire pure la sua amica, compagna di tutta una vita. Rimasta da sola, per puro caso, Anna scopre una botola segreta all’interno della villa trovando una donna incatenata con entrambi gli occhi oscurati da una fascia di metallo inchiodata al cranio, completamente nuda con il corpo ricoperto interamente da piaghe e ferite. Al contrario di Lucie, invece di scappare terrorizzata alla vista di questo essere quasi tramutato in un mostro orripilante ormai privo di quei tratti umanizzanti che un tempo l’avrebbero caratterizzata come essere umano, tenta di salvarla liberandola dalla fascia di metallo ridonandole la vista e occupandosi del suo corpo fustigato e malmesso.

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A questo punto del racconto l’attenzione viene focalizzata interamente sul personaggio di Anna ed è esattamente qui che entra in gioco la topica del sentimento teorizzata da Boltanski: la commozione si distacca dall’infelice (in questo caso la donna con la fascia di metallo) ignora il persecutore (ipotizzando sia opera dei coniugi residenti nella medesima villa appena giustiziati da Lucie nella prima parte) per far valere la presenza di un benefattore, ovvero Anna che con la sua bontà di cuore prima si è occupata per tutta la vita di aiutare Lucie nella ricerca dei colpevoli e ora sta soccorrendo la povera donna imprigionata e fustigata. Lo spettatore è toccato dal sentimento genuino e altruistico del personaggio di Anna abbandonando il rancore appena provato insieme al personaggio di Lucie.

TERZA PARTE

Nel terzo atto Pascal rimescola ulteriormente le carte in gioco portandoci nel vero e proprio abisso dell’orrore, puro e autentico, e lo analizza minuziosamente esaltandolo e allo stesso tempo anestetizzandolo.
Un gruppo di uomini armati sotto la guida di un’anziana signora irrompe nell’abitazione e, prima uccide a sangue freddo la donna sotto le cure di Anna, poi la imprigiona nella sezione nascosta sotto la casa collegata a quest’ultima tramite la botola scoperta da Anna poco prima.
Scopriamo a questo punto che sia Lucie che la ragazza soccorsa da Anna sono state fatte prigioniere da questa setta segreta che da anni rapisce ragazze col fine di torturarle e fare di loro dei martiri. Il termine “martire” , infatti, significa testimone; un testimone che, una volta raggiunta quella soglia del dolore sospesa tra la vita e la morte, è in grado di raccontare e, appunto, testimoniare cosa ci aspetta alla fine delle nostre esistenze. Per Anna inizia la lunga e dolorosa discesa verso l’inferno. Il suo corpo viene torturato e sottoposto a brutali atrocità perpetrate dalla setta (sempre sotto la copertura di una normale coppia sposata che prende il posto della famiglia assassinata da Lucie) con un asettico e razionale sadismo; un sadismo non fine a se stesso ma con lo scopo di creare il martire perfetto da anni agognato dall’anziana signora a capo della setta. Anna dopo un infinito ciclo di torture riesce a raggiungere lo stato di martire, accetta il dolore lo fa entrare dentro se stessa fino a trasfigurare.

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L’anziana signora riconosce negli occhi di Anna la luce, la stessa luce presente nello sguardo di tutte le foto di martiri collezionate nel corridoio sotterraneo della villa che conduce alle stanze delle torture. La setta, dunque, raduna nell’abitazione un consistente gruppo di nobili anziani signori finanziatori del progetto “martire”, desiderosi di sapere la verità riguardo alla vita dopo la morte così da poter finalmente raccogliere i frutti del loro investimento. Anna, ormai “martirizzata”, immersa in uno stato di trance sussurra all’orecchio dell’anziana signora la sua “testimonianza”.

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Quest’ultima, appena prima di rivelare a tutti gli altri membri finanziatori del progetto, la scoperta, si toglie la vita. Entriamo, dunque, in merito della terza strada ricavata da Boltanski, la topica dell’estetica che si collega al concetto di sublime. La sofferenza dell’infelice, ovvero di Anna, grazie alla rappresentazione portata fino all’estremo da Pascal non viene considerata né come ingiusta né come commovente ma, appunto, come sublime. Secondo Kant il sublime non può essere contenuto in nessuna forma sensibile, esso, infatti, riguarda solo le idee della ragione che sono risvegliate ed evocate nell’animo proprio da questa inadeguatezza. Grazie all’apporto teorico di Pietro Montani e del suo “L’immaginazione intermediale – Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile”, in luce di quanto accennato qui sopra, la rappresentazione del dolore e della sofferenza secondo questa accezione passa per due paradigmi. Il primo è il paradigma dell’esibizione indiretta che converte l’impotenza dell’immaginazione in una risorsa simbolica di valenza universale . Infatti Pascal quando ci mostra la trasfigurazione di Anna in martire decide di condurre lo spettatore direttamente all’interno dell’occhio di quest’ultima; dentro la sua pupilla ci mostra una raffigurazione tanto stilizzata quanto banalizzata di una sorta di universo cosmico illuminato da una luce accecante che si allarga fino ad occupare l’intero schermo per poi fossilizzarsi nella pupilla di Anna. Il secondo invece è il paradigma dell’esibizione negativa che decreta il fallimento dell’immaginazione. Quando Anna svela la “grande testimonianza” all’anziana signora noi spettatori non sentiamo cosa le sta dicendo ne tanto meno lo veniamo a scoprire dato che l’unica detentrice della verità prima di comunicarci quanto ha sentito decide di togliersi la vita. Nel finale Pascal Laugier, nel suo tentativo estremo di indagare il dolore e la morte, non può fare altro che accettare la non rappresentabilità di un concetto talmente pregno di significazione da non poter essere né mostrato né svelato.

Martyrs nella sua complessa analisi della sofferenza, del dolore e della morte è forse uno dei pochissimi film dell’ultimo decennio ad aver raggiunto i più elevati picchi, sia in termini di qualità tecnica sia in termini di qualità a livello di contenuti, all’interno del panorama “horror” contemporaneo.

Il web 2.0 ha trascinato l’uomo all’interno di un percorso evolutivo dai risvolti inquietanti. L’uomo, nell’era dei social network, è diventato un “informivoro”; un essere che si nutre di informazioni e queste, nella maggior parte dei casi sono veicolate da immagini. Siamo “bombardati” da immagini 24 ore su 24; ne siamo diventati dipendenti a tal punto da sentire il bisogno di produrre immagini a nostra volta creandoci una nuova dimensione nella quale reinventare noi stessi. Da qui l’idea di sviluppare “Sell/fie”. Un cortometraggio volontariamente grottesco e sopra le righe venato da un’abbondante dose di umorismo nero.

Le due tendenze più sdoganate sui social sono quelle così soprannominate: selfie e foodporn. La prima, la più abusata, è anche nota come autoscatto; impazza sul web la mania di farsi foto allo specchio con vestiti provocanti in atteggiamenti seducenti e, grazie al noto social network Instagram, queste foto possono essere ritoccate tramite filtri e molti altri strumenti per rendere il nostro autoscatto un vero piccolo capolavoro di fashion-style.

Il foodporn invece consiste nella pratica di scattare foto a cibi e pietanze invitanti per poi mostrarle all’intera comunità online e fargli venire l’acquolina in bocca; tutto questo sembra concretizzare la teoria di un nuovo tipo di uomo “informivoro” che si nutre di immagini seducenti ed eccitanti.

Oggi, chiunque può accedere alle nostre immagini e farne quello che vuole. Questo pericolo riguarda soprattutto i più sprovveduti che, pur abusando dei social, hanno una scarsa conoscenza della sua grammatica e dei suoi linguaggi.

Questa è la deriva del corpo a 360° all’interno di una società ormai sempre più iconica dove l’apparire e il desiderio di “essere qualcuno” stanno diventando ormai un’ossessione collettiva. E in un mondo come questo bisogna fare molta attenzione perché, come imparerà a sue spese il personaggio di Giulia, basta poco per passare dal selfie al foodporn.

Mirko

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Il Delirium era un posto alla moda dalle mie parti. Bacco lo gestiva ormai da quattro anni. Era un ragazzo alquanto particolare, un trentenne magrolino con i capelli neri come il carbone e quel pizzetto che tanto lo faceva sembrare un piccolo e innocuo Lucifero.

Non stava più nella pelle. Lo avevo aiutato tutto il pomeriggio ad allestire il locale per il party di Carnevale che si sarebbe tenuto quella sera. Ero sfinito e volevo andare a casa a farmi una doccia e prepararmi per la folle serata che mi attendeva.

“Aspetta un attimo suino!” mi urlò prima che potessi afferrare il mio giubbotto dall’appendiabiti dietro il bancone.

“Sì che c’è?” risposi io un po’ irritato. Odiavo quando mi chiamava in quel modo. Mi ha sempre chiamato così da quando ci siamo conosciuti, per via della mia stazza e, come spesso ci teneva a precisare lui, per quel mio naso dalle narici così dilatate che tanto mi faceva sembrare a un porco.

“Sei sicuro di poterla reggere questa serata? Non dovrai mai perdere la calma. Dovrai stare rilassato e lasciarti trasportare e vedrai che andrà tutto bene!” mi disse con gli occhi illuminati da una strana oscurità.

“Certo, non ti preoccupare ce la faccio ti ho detto!” tagliai corto e indossai il giubbotto.

“Bene, perché non si torna indietro! Stanotte finalmente lui sarà tra noi!”

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Bacco era pazzo. Qualche mese prima mi disse di aver trovato un libro nella cantina di suo nonno. Un manoscritto in latino, usurato e senza copertina. Si mise a tradurlo pagina per pagina finché non si rese conto che in quel volume erano riportate le istruzioni per mettere in piedi una sorta di rituale dedicato al Carnevale. Un rituale antico in grado di aprire un passaggio tra il nostro mondo e un’altra dimensione parallela. Il regno degli uomini capra, così Bacco chiamava quella sorta di limbo occulto che necessitava di essere svelato.

Quella sera Bacco aveva intenzione di compiere il rituale e per l’occasione aveva messo in piedi il party. Era un personaggio folle con seri problemi psichici. Era stato più volte in vari istituti per curare la sua insanità mentale e con il nuovo lavoro al Delirium, del quale lui era proprietario grazie agli aiuti economici del padre, sembrava fosse migliorato un po’. I suoi genitori erano felicissimi riguardo ai suoi progressi, il loro figliolo ora sembrava quasi una persona normale. Ma io sapevo che qualcosa di anomalo era ancora in attesa di esplodere dentro quel suo cervello difettoso. La faccenda del libro poteva essere alquanto inquietante e i suoi schizzi di rabbia improvvisi a volte mi facevano raggelare il sangue ma dopotutto era l’unico amico che avevo. Non volevo perderlo quindi non parlai con nessuno di questi piccoli e, apparentemente, innocui problemi.

Dopo averlo aiutato a sistemare le ultime cose per la serata, andai a casa a rilassarmi un po’. Mi buttai sotto la doccia e indossai il mio smoking, un vecchio abito di mio padre; quest’ultimo aveva ad occhio e croce la mia stessa stazza, spesso reciclavo i suoi abiti.

Prima di uscire mi feci uno spuntino. Mi veniva sempre fame quando ero nervoso. Non credevo affatto alle stronzate deliranti di Bacco sul suo rituale e sul mondo degli uomini capra ma ero teso per via della festa. Sapevo già che sarei stato in disparte tutta la sera, seduto in un angolo, a bere cocktail guardando gli altri, quelli normali, che si divertivano a ballare, scherzare e a scopare nei cessi del Delirium. D’altronde avevo passato la mia intera vita a guardare gli altri. Stavo fermo, osservavo e magari vivevo quello che vivevano loro, da fuori, entrando in empatia con quei personaggi ordinari, normali e, raramente, perfetti. Desideravo anche io far parte di quella massa omologata; danzare in discoteca insieme a tutte quelle belle ragazze in minigonna con quelle gambe perfette e lisce che solo a vederle veniva voglia di accarezzarle. Ma non mi era concesso. Se un “maiale” come me si fosse avvicinato anche solo di un centimetro di troppo a qualche bella ragazza sarebbe stato respinto all’istante e magari anche insultato.

Ormai me ne ero fatto una ragione. Avrei voluto innamorarmi anche io come tutti gli altri; avere una ragazza bellissima da coccolare, abbracciare, baciare, farci l’amore, svegliarmi al mattino al suo fianco e respirarne il profumo con la timida luce del mattino che filtrava dalla finestra riscaldando i nostri corpi nudi e avvinghiati. Ma poi pensavo al mio corpo, a tutto il grasso che lo deformava  e mi rendevo conto che quell’immagine effettivamente non era così bella e pulita come poteva sembrare. Non era affatto come si vedeva nei film; era volgare e disgustosa.

Prima di uscire indossai la maschera. La maschera che più di ogni altra cosa rispecchiava il mio modo d’essere: la maschera da porco che Bacco mi aveva regalato il Carnevale scorso.

“Papà, io sto uscendo!” urlai per farmi sentire prima di uscire dalla porta d’ingresso.

“Aspetta!” urlò mio padre dalla camera da letto mentre stava per venirmi incontro. Appena mi vide il suo volto si fece serio.

“Che c’è?” gli chiesi infastidito.

“Dove stai andando? Perché sei conciato così?” mi chiese con lo sguardo allibito.

“Festa di Carnevale. Al locale di Bacco” mi limitai a dire.

“Non potevi trovarti un altro travestimento?”

“No, questo è perfetto.”

“Se ti conci in quel modo nessuno ti prenderà mai sul serio!” quasi urlò.

“Tanto cosa vuoi che cambi? Sono un porco in ogni caso, se mi tolgo la maschera non cambierebbe molto!” gli dissi scocciato “C’è altro o posso andare?”

“Giorgio,” mi fece mio padre quasi intenerito “un giorno nessuno guarderà più il tuo aspetto. Alle donne piacciono i soldi! Ricordatelo! Se porterai avanti gli studi e farai carriera ti sbaveranno tutte dietro e avrai solo l’imbarazzo della scelta! Con tua madre è successa la stessa cosa quindi non devi farti problemi. Avrai anche tu la tua occasione.”

“Va bene!” dissi facendo finta di essermi sollevato grazie al suo incoraggiamento, tanto banale quanto superficiale.

Mi chiusi la porta alle spalle e mi diressi a piedi verso il Delirium. Lungo tutto il tragitto pensai a quanto fosse patetica la mia vita e a quanto, senza volerlo, avessi dato retta a mio padre e alle sue idee distorte sulle relazioni umane. Fu per quello che scelsi di fare economia, per fare carriera, far soldi e avere un sacco di troie senza cervello disposte a tutto pur di mettere le mani sui miei averi. Mia madre dopotutto si è rivelata una persona di merda. Da piccolo mi chiedevo spesso come una donna avvenente come lei avesse potuto innamorarsi di quell’obeso di mio padre. Soldi, ecco qua la spiegazione. Diceva di amare me e mio padre ma appena arrivarono i problemi sparì senza lasciare tracce. Continuavo a chiedermi se avrei fatto anche io la stessa fine e quando finalmente arrivai al Delirium mi sentii ancora più frustrato e ansioso tanto da desiderare, già prima che iniziasse, la fine della serata.

 

Varcai la soglia d’ingresso e una musica tanto assordante quanto ripetitiva mi colpì con forza inaudita. Mi guardai attorno e constatai che il locale era colmo di gente mascherata. Stavano già tutti bevendo e ballando. L’impianto luci, messo in piedi da me e Bacco quel pomeriggio, contribuiva a rendere l’atmosfera ancora più delirante con toni e cromature psichedeliche, un blu elettrico che faceva sembrare il posto una vera e propria discoteca. Attraversai la folla per raggiungere il bancone, mi feci strada in modo goffo tra un gruppo di ragazzi truccati da clown che non appena mi videro passare scoppiarono a ridere. Ridono della mia maschera da porco non del mio corpo pensai per non sentirmi in imbarazzo. In quel preciso istante notai che la parola porco era l’anagramma di corpo; strana coincidenza. Finalmente fuori dalla bolgia feci un cenno di saluto a Bacco che, da dietro il bancone, mi guardò ridendo come un pazzo. Era vestito da diavolo, aveva il pizzetto nero più lungo del solito, un paio di corna grigie sulla testa e lenti a contatto rosse conficcate negli occhi. Era proprio il suo travestimento ideale.

Senza dirmi nulla si mise, in tutta fretta, a prepararmi un cocktail mischiando ogni tipo di alcolico presente nel ripiano alle sue spalle.

“Ei non esagerare dai!” gli urlai cercando di competere con quella musica assordante che nel coprire ogni rumore faceva sembrava tutto come sospeso in una sfera ovattata e disorientante.

Bacco finì di prepararmi il drink. Feci per afferrarlo ma lui mi fermò tirando il bicchiere verso di se.

“Aspetta suino! Manca il tocco finale!” mi disse facendomi l’occhiolino. Estrasse dalla tasca del gilet una busta di plastica trasparente piena di pilloline blu; ne tirò fuori una e la gettò nel mio cocktail. La pasticca, a contatto con l’alcol, si dissolse in tante bollicine emanando un leggero gas azzurrino che dal bicchiere si espanse in aria dissolvendosi in pochi secondi.

“No, Bacco, cos’è quella roba? Vuoi drogarmi?” gli chiesi intimorito.

“Ascoltami!” si irritò Bacco alzando la voce “Non si tratta di droga! Devi prendere parte al rito anche tu! Questa roba blu è fondamentale alla sua riuscita!”

“Va bene, va bene, va bene” gli dissi in tutta fretta cercando di placare sul nascere la sua isteria.

Afferrai il bicchiere e mi allontanai dal banco cercando un angolo il più possibile libero e appartato, magari con qualche sedia ed un tavolo, nel mentre meditavo un modo di liberarmi di quello strano cocktail senza farmi vedere da Bacco. Qualcosa mi diceva che tutti i presenti nel locale stavano bevendo quelle strane pasticche sciolte nei loro drink e Dio solo sapeva da dove cazzo arrivassero e chi le avesse procurate a quel diavoletto pazzoide. Se l’indomani avessero trovato il Delirium con dentro metà della gente morta di overdose sarebbe stata davvero la fine per il mio amico; sempre che in mezzo ai cadaveri non ci fosse stato anche lui. D’altronde non era così improbabile l’ipotesi che egli stesso stesse bevendo i suoi intrugli illegali.

Trovai posto in un angolo della sala, c’erano una sedia e un tavolino libero perciò ne approfittai. Presi posto, appoggiai il mio bicchiere sul tavolo e iniziai a godermi lo spettacolo. La musica continuava incessante e la bolgia iniziava a scatenarsi in preda all’eccitazione sfrenata della libido. I loro corpi vibravano a ritmo di musica come se quest’ultima fosse in grado di controllarli e spingerli ad assimiliarsi tra loro. Una ragazza dai capelli lunghi, coperti da una parrucca pacchiana di colore blu, si dimenava in mezzo al gruppo di clown che mi avevano deriso poco prima. Mi misi ad osservarla e, devo ammettere, che mi eccitai non poco. Era alta e formosa, non aveva certo un fisico da modella ma emanava una carica sessuale incontenibile. Non capivo esattamente da cosa fosse mascherata, portava solo una minigonna gialla, calze a rete e una camicetta sbottonata arancione. Il suo viso era paffutello ma la cosa che più mi attirava erano le sue labbra carnose. I pagliacci, tutti alti e spallati, ballavano con lei a turno; la palpeggiavano dappertutto e afferrandola per i fianchi iniziarono a baciarla. Erano in tutto cinque, tutti attorno a lei come un branco di pescecani. Uno alla volta la baciarono in modo animalesco; lei si faceva fare qualsiasi cosa, rimbalzava da un ragazzo all’altro accogliendo tra le sue soffici labbra le lingue e i fluidi corporei di quel branco di corpi grotteschi e inquietanti.

Staccai gli occhi dalla ninfomane dai capelli blu e lanciai uno sguardo a Bacco. Questo era già rivolto verso di me, i suoi occhi erano due fessure strettissime e la sua bocca un ghigno eccitato e malefico. Mi stava guardando da un po’, pensai. Alzò il bicchiere che teneva in mano e lo protrasse verso la mia direzione, io feci altrettanto con il mio. Non dovevo sforzarmi di sorridergli dato che la maschera da porco copriva interamente il mio volto. Bacco abbassò il braccio, si portò il drink alla bocca e ne bevve un sorso. Io dovetti ricambiare, dunque alzai la maschera per scoprirmi le labbra e feci finta di bere. Bacco mi guardò in modo strano; si era accorto che stavo fingendo. Feci finta di niente e rivolsi il mio sguardo altrove.

Notai un ragazzo con gli occhiali vestito da tubetto di dentifricio che si dimenava come un cretino mentre i suoi amici ridevano prendendolo in giro. Tre di loro erano vestiti da pirati, uno da banana e un altro da grappolo d’uva; insieme al gruppetto c’erano anche due ragazze vestite uguali con la minigonna e la camicetta bianca. Portavano dei grossi e buffi occhiali senza lenti, probabilmente erano vestite da nerd. Mi girai ancora verso Bacco, per controllarlo, e vidi quest’ultimo parlare con un ragazzo al di là del bancone. Era un tipo alto e magro con i rasta, portava gli occhiali e aveva un’aria estremamente rilassata mentre sorseggiava poco alla volta un cocktail di colore verde. Ad un certo punto Bacco mi indicò e il ragazzo si girò verso la mia direzione sorridendo. Io mi voltai dall’altra parte imbarazzato. Qualcosa mi diceva che quei due mi stavano prendendo in giro.

Una delle ragazze vestite da nerd si appoggiò al muro di fianco alla mia sedia. Me ne accorsi ma feci finta di niente. Questa, dopo aver succhiato dalla cannuccia quel poco che rimaneva del suo drink, appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo di fronte a me. Ancora una volta feci finta di non notare la cosa. Era molto carina, magra con un seno né troppo grosso né troppo piccolo e portava i capelli a caschetto. Mi guardò per qualche secondo dopodiché mi strattonò per la manica della giacca.

“Che fai qua seduto?! Vai a ballare!” mi disse ridendo.

“Magari dopo” le risposi imbarazzato.

Lei guardò il mio bicchiere ancora pieno.

“Nemmeno stai bevendo! “ continuò lei.

“A poco a poco lo finisco. Voglio gustarmelo!” le dissi simulando una risatina scherzosa.

“Comunque bel travestimento!” chiuse, lei, la conversazione prima di andarsene. Rimasi ad osservarla mentre si allontanava sculettando sensualmente. Si diresse verso uno dei ragazzi vestiti da pirata, alto e muscoloso. Questo non appena la vide arrivare la prese tra le sue braccia possenti e iniziò a baciarla. Per un attimo desiderai entrare dentro di lui; provai ad immaginare la sensazione di avere quella ragazza snella e sensuale avvinghiata al mio corpo muscoloso, cercai di visualizzare la sensazione di avere le nostre labbra fuse insieme e le nostre lingue scivolare l’una sull’altra. Ebbi un’erezione e iniziai a vergognarmi di me stesso. Sentivo che mi sarebbe venuto da piangere a momenti.

Si avvicinò il ragazzo con i rasta che prima stava parlando con Bacco, portò con se una sedia e la posizionò di fianco a me. Si sedette e mi porse la mano.

“Piacere, Saul” si presentò sorridendo.

“Giorgio, piacere” gli porsi la mano sudaticcia.

“Bel travestimento! Però te lo devo dire, è da un po’ che ti osservo e vederti qui seduto tutto solo in un angolo che fissi la gente con quella maschera da porcello ti fa sembrare un tantino, come dire, maniaco pervertito sai?” rise di gusto dandomi una pacca sulla spalla.

“Be sì forse hai ragione, ma è Carnevale no? Sono tutti mascherati quindi…” gli risposi alquanto seccato.

“Oh sì non posso darti torto. Non conosci molte persone qui, o sbaglio?”

“Sono un amico di Bacco.”

“Sì lo so. Ci ho appena parlato. Mi ha mandato qui per farti sciogliere un po’. Ci tiene molto che tu ti diverta!”

“Mi sto divertendo!”

“Quello?” Saul indicò il mio bicchiere “Non lo bevi? Tra un po’ si scioglie tutto il ghiaccio e diventa una merda annacquata!”

“No sì è che” presi un po’ di tempo “non so, Bacco ci ha messo dentro una pillola blu strana e non ho voglia di prendere droghe.”

Sputai il rospo, non so perché ma quel tipo un po’ mi ispirava fiducia. Alla fine era simpatico e mi trattava come un suo pari, non come una persona autistica bisognosa di essere coccolata.

“Non devi essere così serioso! Quella non è droga, è una specie di rilassante naturale. Bacco te l’ha messo nel bicchiere per aiutarti a scioglierti e a divertirti!” mi rassicurò facendomi l’occhiolino.

“Non lo voglio comunque” borbottai offeso.

“Va bene allora lo prendo io!” mi fece, prima di afferrare il mio bicchiere per ingurgitarlo tutto d’un fiato.

“Buono?” gli chiesi divertito.

“Buonissimo, solo un po’ annacquato” rise di gusto appoggiando il bicchiere vuoto sul tavolo.

“Ti piace quella ragazza?” continuò lui indicando la tipa con la parrucca blu “Ti ho visto, prima, che la guardavi.”

“Non si può certo dire che mi lasci indifferente!” mi confidai “Ma tanto devo accontentarmi di guardarla. Anche se farei qualsiasi cosa pur di avere una sola notte di sesso con lei!”

Iniziavo a lasciarmi andare, quel ragazzo mi stava simpatico e avevo proprio voglia di parlare con qualcuno quella sera.

“Una sola notte… capisco. Perché non due notti, o tre, quattro…” mi rispose, il mio nuovo amico, sogghignando.

“Ma l’hai vista? Prima si stava baciando con cinque ragazzi di fila, uno dietro l’altro. Voglio dire come puoi pensare di passare un’intera vita con una persona del genere?!” sentenziai in modo sarcastico.

“Una sola notte, un’intera vita… uno uno uno ma perché tutti sono fissati con questo concetto della singola porzione applicata ad ogni aspetto dell’esistenza. Chi te lo dice che la vita debba essere necessariamente ingabbiata in questo concetto costrittivo. La vita è molteplice! Mi piace vederla così. Quella ragazza con i capelli blu nonostante il suo comportamento libertino, pensi che non le farebbe piacere essere amata? Credi di  non poterla amare accettando anche quel suo spirito libero che d’altra parte potrebbe essere anch’esso causa della tua attrazione?” si mise a filosofeggiare mentre io rimasi ad ascoltarlo ammaliato.

“Non saprei davvero” mi rammaricai.

“Io non credo più nelle relazioni,” continuò lui “sai perché? Perché ormai siamo abituati ad assocciare al concetto di relazione un legame strettamente possessivo. Voglio dire, se ami una persona la ami e basta. La dovresti amare per quello che essa è veramente, non per una strana e distorta mania di possederla.”

“Immagino tu sia a favore delle coppie aperte, dico bene?” la buttai un po’ sullo scherzo.

“ No, è qui che non mi segui. Quando ami una persona vorresti stare con lei sempre e comunque, fino al punto da non riuscire più a trovare nulla, nel mondo che ti circonda, che possa farti vacillare e cambiare idea. E quando il pericolo della tentazione svanisce senza che tu te ne accorga, ecco, è lì che stiamo parlando di amare veramente qualcuno. Mi segui?”

“Sì ma c’è una falla in questo discorso. Io posso anche eliminare tutte le tentazioni e amare alla follia, mettiamo in via del tutto ipotetica, quella ragazza con i capelli blu; ma se lei non riesce a svincolarsi dalle sue tentazioni vuol dire che non mi ama. Quindi io nel mio amare alla follia una ragazza che, stando al tuo ragionamento, non mi ama sarei impossibilitato ad esercitare il mio affetto incontaminato. Dal momento che non mi sento ricambiato sarei costretto ad amare una ragazza che mi rende infelice e questo secondo me è ben lontano da essere etichettato come vero amore.”

“Ma vedi che torniamo al punto di prima? Saresti infelice perché non sopporteresti che la tua amata abbia altre occasionali relazioni fisiche. Bada bene, ho detto fisiche e non sentimentali. Quindi torniamo a quello che dicevo prima riguardo al possesso.”

Rimasi qualche secondo a riflettere. Quella discussione stava per farmi fumare il cervello e stavo rischiando di perdermi in tutti quei discorsi contorti.

“Quindi mi stai dicendo che l’amore è un concetto strettamente individuale, giusto? L’hai ridotto a questo se non ho capito male. Dobbiamo essere in grado di esercitare il nostro amore in maniera incondizionata al di là del fatto che esso sia ricambiato o non sia ricambiato allo stesso modo?” gli dissi infastidito e deluso.

 “Nessuno decide di amare, succede e basta! Non puoi farne a meno, quindi, o reprimi, contro la tua volontà, quello che provi condannandoti all’infelicità. Oppure ami e basta indipendentemente che a lei piaccia scopare in giro con sconosciuti o meno. E per quanto riguarda l’individualità, di cui mi hai accennato poco fa, svegliati! Ormai non esiste più individualità! Questa è l’era di facebook, l’era della condivisione!” mi ammonì Saul irritato.

“Mi stai dicendo che dovremmo tutti abbandonarci a questa orgia collettiva?” continuai ad interrogarlo interessato.

“Non ne abbiamo scelta! Ma ritengo che, nonostante tutto, qualcosa di forte e speciale come quel sentimento che molti chiamano amore non si sia ancora estinto. Anzi, lotta costantemente per mantenere il diritto di far prevalere la sua legge autoritaria e incondizionata!” con ciò chiuse la discussione e si portò una sigaretta alla bocca.

Per un attimo mi parve di sentirmi meglio.

 

La ragazza dai capelli blu era appoggiata alla parete, dall’altro lato della sala; al suo fianco il ragazzo alto e muscoloso vestito da pirata. Lei aveva una mano stretta attorno al suo braccio e tastava i suoi muscoli in modo malizioso. Il pirata sorseggiava un drink fermandosi, di tanto in tanto, a sussurrare qualcosa all’orecchio di quella lussuriosa arma del sesso che di lì a poco avrebbe fatto esplodere la festa (in tutti i sensi). Il locale si stava affollando di gente, ad un tratto mi parve di vedere corpi su corpi ammassati e appiccicati gli uni agli altri. Ridevano tutti, come se in fondo si stessero obbligando da soli a divertirsi.

Saul, ancora al mio fianco, era come scivolato in uno stato di trans. Non apriva bocca da circa mezz’ora, il suo corpo era immobile e non aveva alcuna intenzione di dare segni di vita. Mi voltai verso di lui e iniziai a scrutarlo preoccupato. Le sue palpebre erano spalancate e le sue pupille nere; non era un effetto ottico causato dalle luci psichedeliche del Delirium, erano proprio neri come il petrolio. Ad un certo punto, come sotto ipnosi, si alzò dalla sedia e lentamente si avvicinò alla ressa di ragazzi al centro della sala. Mi parve che prima di essere inglobato in mezzo alla bolgia mi urlò qualcosa del tipo: “Se vuoi vedere veramente, devi lasciarti guardare!”

Il pirata e la ninfomane iniziarono a limonare duro contro la parete. I loro drink caddero a terra e i bicchieri si frantumarono in tante scaglie di vetro. All’improvviso un urlo di rabbia attraversò la sala cercando di emergere timidamente in mezzo alla musica e agli schiamazzi della gente.

La tipa con i capelli a caschetto e i finti occhiali da nerd si scagliò, in preda alla collera, sui due fornicatori. Il pirata se ne accorse e si staccò immediatamente dalla ragazza che fino ad un attimo prima stava palpeggiando. La nerd afferrò per la parrucca la sua rivale che per il forte strattone si piegò in avanti. Il ragazzo conteso rimase a guardare esterrefatto. Una folla di ragazzi si radunò in cerchio attorno alla rissa impedendomi la visione tant’è che non vidi più niente; sentivo solo urla di incitamento e risate. Mi parve di vedere qualcuno con l’iphone alla mano divertirsi a riprendere tutta la scena; ora che ci penso erano più di uno. C’era un vero e proprio sciame di occhi artificiali che godevano e gemevano di piacere nel sottrarre per sempre, dallo scorrere del tempo, quell’avvenimento talmente ridicolo da poter essere condiviso con il mondo intero perché ritenuto degno di essere etichettato come “divertente”. La violenza, soprattutto quando crudele e insensata, funge da intrattenimento e appaga il nostro bisogno di ricollegarci alla realtà. Quella sera stavamo tutti fluttuando in un paradiso artificiale e mistificato; tutti oscurati da maschere per annichilire nel “divertimento” le nostre personalità, i nostri corpi e i nostri stati d’animo. La realtà, ormai divenuta simulacro di se stessa, stava collassando e forse quello sciame di protesi artificiali visive, che volteggiavano come satelliti a caccia di violenza, stavano solo cercando qualche residuo di verità, diretta nella sua pura concezione autenticata, per abbattere quella convinzione inconscia di non essere più padroni delle nostre individualità.   

Il fatto di non riuscire a vedere mi stava facendo andare di matto. Mi alzai dalla sedia e cercai di farmi largo tra lo sciame. Mi sentivo stranamente libero e molto meno imbarazzato dato che tutti gli occhi dei presenti erano fissi sulla scena di quel ring grottesco.

Giusto in tempo, riuscii a vedere la ragazza con i capelli blu afferrare per la testa la nerd, piegata a terra sulle ginocchia, e scagliarle un calcio fortissimo dietro la nuca. Questa perse i finti occhiali a terra e strisciando sul pavimento lurido iniziò ad urlare sputando sangue.

Aiuto! Aiutatemi!” urlava.

Mi guardai attorno e vidi i clown che cercavano di sbarrare la strada al dentifricio e agli altri amici della ragazza malmenata. Una parte di me voleva continuare a stare ferma lì e guardare ma sentivo che c’era anche un forte desiderio di buttarmi in mezzo e fermare tutto. Era una sensazione che avevo sentito spesso ma mai in modo così forte. Dovevo agire ma la paura mi bloccava, pensai che fosse meglio chiamare Bacco sperando in un suo aiuto. Mi feci largo tra tutti quegli stronzi mascherati e quando finalmente raggiunsi il bancone quello che vidi non mi rassicurò affatto.

Bacco stava mormorando qualcosa in una lingua antica, sembrava latino. Davanti a lui un vecchio libro usurato aperto. Dai suoi occhi sgorgava sangue e il suo corpo era come in preda ad attacchi epilettici.

“Bacco!” gli urlai preoccupato “Che cazzo stai facendo?! Devi fare qualcosa non vedi cosa sta succedendo?”

Per un attimo sembrò tornare in se e mi lanciò addosso la busta di plastica con dentro le pillole blu.

“Giorgio! Prendine una! Sbrigati! Solo così potrai sopravvivere!” mi disse quasi supplicando dopodiché tornò a parlare in latino.

Titubante, estrassi una pasticca dalla busta e rimasi ad osservarla. Mi tremavano le mani e sentivo il cuore battermi forte nel petto. Mi girai verso lo sciame e mi parve di intravedere la nerd a terra priva di sensi giacere nel suo stesso sangue. Ora la ragazza con i capelli blu non mi sembrava più così attraente come fino ad un attimo fa.

Dall’altro lato della sala, l’amica della nerd era accerchiata da due clown. Le mettevano le mani addosso, lei cercava di sgattaiolare via per raggiungere e aiutare la sua compagna. Ricordo ancora i suoi occhi accecati di rabbia, occhi combattivi mai rassegnati. Aveva i capelli lunghi e rossi che le incorniciavano il viso, quel rosso fuoco come la passione, il coraggio e la voglia di lottare. Quella sì che era sensualità, pensai. Un corpicino da favola e delle gambe da urlo. In quel preciso istante mi innamorai.

Senza indugiare oltre presi la pillola e la inghiottii. Mi scagliai contro lo sciame, ero pronto a prendere parte allo spettacolo della vita. Quell’orrendo, stupido, folle, emozionante, splendido spettacolo alla quale io non avevo mai preso parte prima di quel momento. Ricordo che urlai come mai mi era capitato di fare.

Al mio passaggio cadevano tutti come birilli. Oltrepassai la folla fino a raggiungere la ragazza a terra in lacrime. Mi chinai su di lei e le porsi una mano per aiutarla ad alzarsi.

“Che cazzo vuoi fare porco!” mi urlò contro, la bulla dai capelli blu. All’improvviso ricevetti un calcio allo stomaco e per la prima volta sentii dolore. Ero passato dall’altra parte e quel passaggio mi stava provocando un trauma. Mentre, chinato a terra mi tenevo con entrambe le mani la pancia dolorante, notai che ora lo sciame stava filmando me. Tutti quei dispositivi infernali erano rivolti verso il mio enorme corpo deforme. Ero vulnerabile. Iniziai ad arrossire e mi bruciarono gli occhi tanto che dovetti chiuderli. Desiderai sparire in quel preciso istante.

Il clown che mi aveva appena colpito rideva come un ossesso.

“C’è per caso un porcile da queste parti?” disse il pagliaccio rivolgendosi alla folla “Qualcuno ha fatto scappare un maiale?”

La ragazza dai capelli blu mi guardava e rideva. Rideva, ridevano tutti. La nerd, piena di lividi e sporca di sangue cercò di tirarsi su aggrappandosi a me. Stava riprendendo fiato. Il pirata, che fino a quel momento era rimasto imbambolato a guardare, cercò di aiutarla. La alzò da terra e la accompagnò fuori dalla bolgia.

“Bravo portala via testa di cazzo! Non sai che ti perdi!” urlò capelli blu sbottonandosi la camicetta e mostrando le tette a tutti i presenti che risposero con un urlo d’approvazione.

Mi tirai su barcollando e mi appoggiai al muro.

“Dove credi di andare?” mi minacciò il clown “Togliti quella maschera!”

Al solo pensiero di dover mostrare il mio volto mi si contorcevano le budella. Cercai con lo sguardo Bacco ma la folla me lo impediva. Il pagliaccio minaccioso protese la mano destra verso il mio viso ma, non appena afferrò la maschera per strapparmela via, la musica cessò di colpo. Iniziarono tutti a lamentarsi schiamazzando. Il clown si allontanò da me irritato.

“Ma che cazzo combinate?! Questo party fa schifo al cazzo!” urlò con lo sguardo rivolto verso il bancone dove ci sarebbe dovuto essere Bacco. Ma lui non c’era.

Le pareti del Delirium iniziarono a tremare e una canzoncina allegra da parata iniziò a crescere piano piano fino ad entrare con impeto violento nelle nostre teste. Sul volto del mio aggressore nacque lentamente una risata allucinata che contagiò tutti quanti. Scoppiarono tutti a ridere di gusto mentre la canzoncina si faceva sempre più forte, sempre più invadente e fusa con i nostri corpi.

La ragazza dai capelli blu rideva anche lei; mi sembrò di vedere il suo corpo ingrossarsi a vista d’occhio. Non riuscivo a credere a ciò che stavo vedendo. Il suo petto si stava gonfiando così come le sue gambe; come se si stessero riempiendo di grasso. La testa del clown invece si allungò in su, fino a diventare ovale, dopodiché si lacerò in punta aprendosi a spicchi e liberando dal suo interno tanti piccoli fiori variopinti che volarono per tutta la sala.

Il locale continuava a tremare, la musica a crescere e io cercavo di farmi strada mentre le persone attorno a me iniziarono ad accasciarsi a terra strappandosi i vestiti di dosso come se questi non fossero più adatti a contenere quella carne, pulsante e in via di trasformazione, che fino a quel momento era stata l’emblema della loro vita terrena.

In mezzo a quel caos incrociai Saul che vagava senza meta disorientato. I suoi occhi erano ancora più neri di prima e il suo volto fossilizzato in una risata inebetita.

“Saul che cazzo succede? Saul?” gli urlai a due centimetri dalla sua faccia.

Lui scoppiò a ridere rumorosamente.

“Guardate! Venite tutti qui!” all’improvviso si mise a schiamazzare attirando con le braccia l’attenzione della massa deforme “Qui c’è il nostro banchetto! Il nostro prelibato e abbondante banchetto! Carne per tutti!”

Farneticando, indicava me e allo stesso tempo tentava di immobilizzarmi con entrambe le braccia. Io mi dimenai e mi diressi verso l’uscita ma i mostri mi accerchiarono e mi si scagliarono contro.

Intonarono un coro sulle note di quella canzoncina malefica che continuava ad espandersi nelle nostre teste incitandoli. Mi gettarono a terra e mi strapparono i vestiti. Sembravano una folla inferocita di zombi affamati di carne umana. Riuscii a respingerne qualcuno ma erano troppi. Iniziarono a mordermi e a lacerarmi la carne con ferocia. Il dolore era insopportabile e, mentre il mio corpo grasso veniva dilaniato dalle fauci di quel branco di esseri anormali, ricordo che la mia unica preoccupazione fu il tenere la maschera salda al mio volto.

Il banchetto continuò per circa venti minuti e io iniziavo a perdere i sensi. Sentivo la morte incombere su di me da un momento all’altro. All’improvviso cessai di sentire il dolore e si fece largo, attraverso quel che rimaneva del mio petto lacerato, una sorta di formicolio che gradualmente mi salì su per il collo. Attraverso gli occhi semichiusi continuavo ad osservare i clown, i pirati e altri soggetti, che ora non riesco a ricordare con precisione, tutti con la bocca sporca piena del mio sangue e delle mie budella. Volevo urlare e piangere ma allo stesso tempo continuavo a guardare.

Il formicolio all’improvviso si tramutò in una botta di adrenalina. Con la mano mi toccai la pancia e al tatto notai, sotto i brandelli di carne lacerata, un altro strato di pelle più dura. Tastai con maggior vigore e mi resi conto che quelli che stavo toccando erano addominali, addominali scolpiti e perfetti. Con una forza sovraumana mi alzai di scatto facendo cadere gli zombi a terra. Una volta in piedi, notai di essere più alto, spallato e muscoloso; in poche parole perfetto. Mi ero trasformato anche io ma il mio corpo a differenza di quello degli altri si era perfezionato, non sfaldato in un ammasso informe. Mi sentii una sorta di divinità, unico essere perfetto dentro quel groviglio di mostri e carne putrida.

Gli altri mi guardarono sbalorditi emettendo grugniti di perplessità. La ragazza dai capelli blu ormai era un enorme palla di carne, la sua parrucca era caduta a terra e al suo posto erano sbucati quattro capelli biondi ossigenati quasi tutti inglobati nel suo lardo. Da qualche parte in mezzo a tutte le escrescenze adipose del suo corpo mi parve di scorgere un occhio ancora aperto, fisso su di me. Il suo grasso si mise a vibrare e la sua bocca si spalancò urlando in preda alla collera; le sbucarono sei tentacoli carnosi che si allungarono, avvinghiandosi a tutto ciò che le si trovava davanti.

 La piccola e gracilina nerd, che prima era incappata nella rissa, ormai era fusa dentro il corpo del suo amante, pirata fedifrago. Dal petto del ragazzo sbucava la faccia della ragazza e la sua mandibola era come allungata e quasi staccata dal resto della testa. Gli amanti cercarono di correre goffamente verso l’uscita ma uno dei tentacoli della bulla  li raggiunse e li trascinò all’interno del suo corpo per assorbirli completamente. La stessa cosa successe ai clown e ad altri ragazzi presenti nella sala. Ogni volta che quell’essere abnorme risucchiava qualcuno diventava sempre più grosso e più si ingrossava più iniziava a perdere forma. Uno dei tentacoli si arrotolò attorno al mio braccio ma con poca fatica riuscii a strapparlo via a mani nude. Ero diventato fortissimo, quasi invincibile.

Finalmente stavo iniziando a provare qualcosa che per anni mi ero solo immaginato, vivendo attraverso le vite degli altri; mi sentivo desiderato. Quella ragazza ninfomane dai capelli blu, infatti, in quel momento mi desiderava. Nonostante continuasse a risucchiare al suo interno tutti i ragazzi che poteva, al solo pensiero di non riuscire ad intrappolarmi nella sua carne squamosa andava su tutte le furie. Ringhiava e allo stesso tempo si gonfiava; si gonfiò così tanto che ad un certo punto temetti che potesse esplodere dentro il Delirium.

L’amica della nerd, la ragazza bellissima con i capelli rossi, fu catturata anche lei da uno dei tentacoli; fu trascinata per un paio di metri fino a che non riuscì ad aggrapparsi ad una delle mie gambe.

“Aiutami!” mi urlò combattiva.

Io mi piegai e la raccolsi da terra strappandola dalle grinfie di quell’arto viscido.

Notai che era l’unica ad essere rimasta esattamente quella che era senza aver subito mutazioni. La cosa mi rese il cuore colmo di gioia. Grazie al mio nuovo aspetto avevo qualche possibilità di rimorchiarla, pensai distraendomi quasi completamente dalla situazione di caos e follia nella quale mi trovavo immerso.

“Dobbiamo uscire da questo posto di merda!” mi ordinò alzandosi in piedi e spingendomi lontano dal tentacolo che, agguerrito, tentava ancora imperterrito di avvolgerci nella sua morsa.

“Sì! Per di qua!” urlai afferrando la sua mano per condurla verso l’uscita. Lei mi seguì, mi diede fiducia e io mi sentii di colpo la persona più felice del mondo. Quel piccolo gesto mi avrebbe aperto un mondo, un nuovo e straordinario mondo.

Varcammo la soglia e uscimmo in strada sperando di tornare alla realtà. Ma ci sbagliammo. Il caos si era impadronito del mondo e non c’era posto alcuno nel quale rifugiarsi per poter sfuggire ad esso.

 

La gente era come impazzita, camminavano tutti lungo il vialone principale della città.

Deformi, trasformati, fusi gli uni con gli altri marciavano cantando e ridendo in modo grottesco, a ritmo di quella musica incessante e malefica. La sentivano tutti come se fosse stato installato un galattico impianto stereo direttamente nel cielo.

Davanti a quello spettacolo disumano di festa inarrestabile, la ragazza al mio fianco mi strinse la mano.

“Come ti chiami?” le chiesi timidamente.

“Marta, tu?” rispose lei senza distogliere lo sguardo dalla parata dei mostri.

“Giorgio.”

“Bene Giorgio, ora che cazzo facciamo?”

“Io forse so come fermare tutto!” gli dissi sicuro di me.

“Bene! Allora spero che tu abbia un piano concreto, perché io non ci sto capendo più un cazzo!” rispose lei cercando di restare calma.

“Sì giusto!” mi illuminai “Mi serve un telefono!”

Marta si piegò in avanti ed estrasse da uno degli stivali il suo cellulare. Me lo porse mentre io non potei fare a meno di notare quanto fosse sexy ogni micromovimento del suo corpo sinuoso.

“Ecco,” mi disse “chi devi chiamare?”

“Il responsabile di tutto questo!” le risposi con enfasi. Mi sentivo proprio un supereroe.

Composi il numero di Bacco e aspettai fiducioso di sentire la sua voce dall’altro lato del telefono. Aspettai qualche minuto, era acceso e squillava.

Non appena partì la segreteria telefonica, chiusi la chiamata e riconsegnai il cellulare a Marta.

“Niente, chissà che cazzo sarà successo anche a lui!” esclamai, più che altro a me stesso.

“Chi è? Non sai dove abita?” mi chiese speranzosa.

“Era qui fino ad un attimo fa!” mi voltai verso il Delirium e lo indicai “Lo gestisce lui.”

“Allora vai a cercarlo! Là dentro!” mi ordinò.

“Io? Da solo?”

“Cazzo, guardati! Sei tu il cazzo di superman qui! Vai a cercarlo!”

“Sì, vado” deglutii e feci per voltarmi quando il cellulare di Marta iniziò a squillare.

“Giorgio!” mi fermò “Tieni rispondi te!”

Afferrai il telefono e risposi.

“Bacco che cazzo hai combinato!!!” urlai.

Suino! Sono contento di sentirti! Ti stai divertendo?” la voce infernale di Bacco vibrò dall’altro lato dell’apparecchio.

“Divertirmi? Qui è il totale delirio! Devi fermare questa cosa all’istante! Dove ti trovi ora?”

Non c’è niente da fermare. Goditi l’eccesso e che la purificazione abbia inizio!”

“No aspetta! Ti prego spiegami, ho bisogno di sapere!” lo supplicai.

Gli hai sempre ammirati non è vero? Guardali ora! Nemmeno loro si rendono conto di ciò che sono. La loro realtà non esiste più. Il giorno del giudizio è arrivato. Puoi scegliere di godere con il corpo o gioire nello spirito.”

La conversazione si interruppe. Guardai esterrefatto Marta che ricambiò preoccupata.

“Allora? Che ha detto?” mi chiese ansiosa.

Non feci in tempo ad aprire bocca che dalla porta d’ingresso del Delirium sbucò, correndo goffamente, il ragazzo vestito da tubetto di dentifricio. Urlava disperato. Avanzò per un paio di metri oltre il locale per poi piegarsi a terra sulle ginocchia invocando aiuto.

“Aiuto!! Non ce la faccio più!” urlava, piangendo, con lo sguardo fisso verso di noi.

Mi avvicinai a lui con passo deciso ma all’improvviso qualcosa mi bloccò.

“Giorgio attento!!” sentii il grido di Marta alle mie spalle.

La porta d’ingresso del locale si spalancò di colpo e i mostri uscirono in massa, spaventati. Il ragazzo dentifricio non fece in tempo ad accorgersi della mandria che subito venne travolto. Mi allontanai all’istante, nel mentre vidi il tubetto umano schiacciato a terra e calpestato con ferocia, a tal punto che mi parve di vedere la sua testa esplodere in una bolla di liquido bianco e appiccicoso.

Cercai di raggiungere Marta in tutta fretta, per portarla in salvo. Lei era pietrificata. Per la prima volta da quando ci eravamo incontrati quella sera, mi parve spaventata sul serio e la cosa mi fece tenerezza.

La afferrai per un braccio trascinandola via ma l’orda di mostri fu più veloce e in pochi secondi ci furono addosso. Ci scontrammo e all’impatto il braccio di Marta scivolò via dalla mia mano. Mi feci largo a spallate nella direzione opposta a quella del branco; fu come nuotare controcorrente lungo un fiume in piena. Non riuscivo più a trovare la mia compagna, continuavo a guardarmi intorno ma ormai era stata trascinata via da quella fiumana impazzita.

Urlai il suo nome svariate volte ma non ricevetti risposta.

Ormai i mostri si erano quasi tutti allontanati e io rimasi da solo, spaesato, davanti all’ingresso del Delirium. Sentii la terra tremare sotto i piedi e le pareti del locale riempirsi di crepe come se fosse stato colpito da una scossa sismica. Le travi iniziarono a cedere e i muri a sgretolarsi fino a quando l’intera struttura non sprofondò su se stessa dentro una grossa nuvola di polvere.

Il verso di un animale mostruoso coprì il trambusto dei vetri e delle mura che si frantumavano al suolo e un paio di tentacoli viscidi sbucarono da sotto le macerie all’improvviso. Con uno scatto felino feci un balzo all’indietro e schivai quelle protuberanze viscide che si erano scagliate contro di me un’altra volta. Il mostro di carne si eresse dalla polvere ancora più grosso e informe, ormai era alto e largo praticamente come il pub che aveva appena fatto crollare. Non riesco a descrivere quanto fosse schifoso; non aveva una vera e propria forma sembrava una polpetta di carne uscita male con delle escrescenze qua e là su tutta la superficie con dei tentacoli che sbucavano da essa. Era ricoperta da un liquido trasparente e viscido che tanto mi ricordò l’ectoplasma nel film dei Ghostbusters. Al solo pensiero che qualche ora prima quell’essere immondo era una ragazza avvenente e provocante sulla quale avevo persino fatto desideri impuri, mi venne il volta stomaco.

Iniziai a correre verso la parata per sfuggire al mostro, percorsi qualche metro ma la bestia, allungando uno dei suoi tentacoli, mi fece lo sgambetto e io caddi in avanti con la faccia sull’asfalto. Il tentacolo si avvinghiò alla mia caviglia destra e iniziò a tirare. Porsi resistenza per un po’ finché non fui sopraffatto. Quella troia deforme era intenzionata ad inglobarmi, a quanto pare, e non aveva intenzione di lasciarmi andare. Proprio quando fui sul punto di cedere, un cavallo mi venne in soccorso. Sì, esatto, proprio un cavallo; la cosa ancora più assurda fu che, in sella a quel destriero, c’era una specie di ragazzo mutante, un incrocio tra un umano e un pollo. Un pollo antropomorfo che accovacciandosi verso di me, restando in sella all’animale, mi porse la mano ossuta ricoperta di piume bianche.

“Dammi la mano co-co-coraggio!” mi urlò parlando in modo strano.

Gliela porsi e lui, con una forza fuori dal comune, mi tirò su facendomi accomodare dietro di lui, sul cavallo che subito si mise al galoppo ad una velocità impressionante. La musica della parata continuava ad accompagnarmi e in quella situazione grottesca del tutto fuori da ogni logica di comprensione umana, continuavo a pensare che dovevo ritrovare Marta. Finalmente mi sentii come se la mia vita avesse un senso. Un senso di compiutezza che mi fece mantenere i piedi per terra quella sera, mentre il resto del mondo stava riempiendosi d’aria, come un palloncino pronto a sollevarsi e a fluttuare, vagando senza meta nelle infinità del cielo.

“Grazie per l’aiuto! Ma ora dovete lasciarmi giù, devo ritrovare la mia amica!” urlai al pollo mentre, cavalcando, ci stavamo dirigendo in direzione della parata che imperterrita proseguiva lungo le strade e non dava segno di volersi fermare.

“Sarà sicuramente in mezzo alla folla! Sono tutti lì, non ce modo di farli ragionare!” mi rispose il pollo preoccupato.

“Cos’hai intenzione di fare dunque?” gli chiesi.

“Unirmi a loro! Finalmente siamo tutti uguali! Finalmente po-po-possiamo lasciarci andare! Non devo più vergognarmi o avere paura!”

“Lasciami scendere dai!” iniziai a preoccuparmi.

“Non ti lascerò da solo amico! Se lo faccio sarai perduto!”

Iniziai ad agitarmi cercando un modo per saltare giù dal cavallo in corsa.

“Ferma questo cazzo di cavallo!” gli urlai rabbioso.

“Non po-po-posso! Devi fidarti di me maialino!” delirava, il pollo, compiaciuto.

Ormai eravamo in mezzo alla parata. Esserci immersi dentro era molto meno inquietante che vederla da fuori, forse è per questo che tutti non riuscivano a realizzare di essere dentro ad una pericolosa schizofrenia collettiva.

Passammo di fianco ad un gruppo di uomini deformi dentro abiti eleganti stracciati. Reggevano delle valigette e correvano ridendo, mentre un grosso cazzo di due metri d’oro massiccio gli inseguiva cercando di addentarli. All’altezza del glande vi era una sorta di bocca verticale nella cui cavità vi erano denti affilati. Davanti a noi, invece, c’era un enorme villa, con tanto di ampio giardino, adagiata su quattro enormi ruote. La folla di mutanti cercava di salire, aggrappandosi alle inferiate che la circondavano. Sbraitavano e si accanivano come ossessionati dal prendere posto dentro le stanze di quella loggia lussuosa, simbolo cardine del successo, della gloria, del potere e della realizzazione completa del se. A quanto pare, al contrario di quanto sosteneva il mio “amico” pollo, c’erano delle diversità anche dentro quel sistema caotico di omologazione e uguaglianza.

“Entreremo nella villa! Costi quel che costi!” urlò il pollo spronando il cavallo a correre più velocemente.

“Lasciami giù, cazzo!” urlavo e allo stesso tempo cercavo il momento giusto per scendere dal dorso dell’animale.

Un lampo illuminò il cielo seguito da un tuono. Alzai gli occhi verso l’alto e vidi un drago, gigante e maestoso, che nell’oscurità della notte si palesava per tratti indistinti, illuminati di striscio dalle luci della città. Alla musica della parata, in quell’istante, si sovrappose una voce profonda e altisonante che mi risultò familiare.

Siete ciò che guardate! Siete ciò che guardate!” mi pare disse queste esatte parole.

La musica cessò e la parata si fermò subito al passaggio del drago. Il pollo arrestò il destriero e alzò anche lui gli occhi al cielo. Tutto si congelò di colpo, tutti immobili con la testa rivolta verso l’alto. Non c’era più nemmeno un rumore.

Qualcosa di piccolo e appiccicosa mi cadde su una spalla e rimbalzò a terra. Finalmente scesi dal cavallo e mi chinai su quell’oggetto misterioso per capire cosa fosse. Lo osservai da vicino fino a rendermi conto che quella che a prima vista poteva sembrare una pallina bianca in realtà era un occhio umano. Di lì a poco altri occhi iniziarono a piombare su di noi dal cielo. Scoppiò una vera e propria pioggia di occhi umani. Tutti iniziarono ad urlare come sconvolti dalla cosa, scapparono tutti al riparo. Chi si allontanava dalla parata, chi invocava pietà inginocchiato a terra con le mani giunte e chi, invece, imperterrito si ostinava a scavalcare la recinzione per entrare nella villa. Sopra di essa infatti non piovevano occhi, come se fosse una sorta di zona franca impenetrabile.

Mi sbagliavo; pensavo che il caos avesse le sembianze di quella folle parata grottesca ma in realtà il vero caos era questo: vedere mostri impauriti scappare da una cascata di occhi dalla quale era impossibile nascondersi.

“Giorgioooo!” l’urlo di Marta mi colpì riempiendomi di speranza. Mi guardai attorno fino a che non la vidi. Era nel giardino della villa con le ruote, al di là del cancello principale con entrambe le mani serrate attorno alle feritoie; mi guardava e mi supplicava.

Il cavallo era impazzito e continuava ad agitarsi scalciando, il pollo non riusciva più a controllarlo.

“Arnold ce ne dobbiamo andare da qu-qu-qui!” urlava in preda al panico scrollandosi di dosso gli occhi che continuavano a fioccare dall’alto.

Mi avventai verso il cavallo imbizzarrito e con un balzo fulmineo afferrai il pollo facendolo cadere prendendo il suo posto sulla sella.

“Ladroooo cò cò cò!” urlò, mentre, sdraiato a terra, veniva seppellito dagli occhi che continuavano a cascare a fiotti.

Con fare deciso stabilizzai il destriero e galoppai veloce verso il cancello. Nonostante gli occhi appiccicaticci schiacciati al suolo il cavallo riuscì a mantenere l’equilibrio e all’ultimo balzò, sollevandosi in aria per svariati metri, fino a saltare oltre il cancello della villa.

Lo stallone piombò a terra spaccandosi le gambe mentre io ne uscii illeso. Mi spiacque per quell’animale ma non persi tempo a controllare come stava perché corsi subito verso Marta che in lacrime mi raggiunse abbracciandomi; io ricambiai.

“Voglio vederti in faccia,” mi disse piangendo “prima di finire chissà dove, morta, oppure trasformata in uno schifo di essere deforme, voglio vedere chi sei.”

“No non posso,” risposi imbarazzato “potrei essere anche io un deforme. Questo non era il mio vero corpo in realtà ero un porco grasso e disgustoso. La mia faccia sicuramente sarà cambiata dopo la mutazione. Non voglio vedere come sono diventato, non mi riconoscerei. Questa è la mia vera faccia, l’unica cosa che mi fa ricordare chi sono.”

Mi accarezzò la maschera.

“Questa non è la tua vera faccia. Questa è la maschera che la società ti ha imposto. Non ti sei mai chiesto, invece, chi è veramente Giorgio?” mi disse dolcemente.

Quasi mi convinse perché lentamente feci per togliermi la maschera da porco ma qualcosa mi bloccò. La porta d’ingresso, sopra le scalinate che conducevano al portico della villa, si aprì di colpo. Un uomo nudo dal fisico scolpito con la testa da capra varcò la soglia reggendo nella mano sinistra la testa mozzata di Bacco.

“Sei perfetto! Quasi mi sono commosso in quest’ultima scena!” mi disse la capra compiaciuta.

Guardai Marta perplesso ma lei non ricambiò, abbassò lo sguardo.

“Che diavolo sta succedendo? Come mai ti trovavi qui?” le chiesi spiegazioni.

“Vedi, la realtà è più assurda di quanto tu creda” mi rispose preoccupata.

L’uomo caprà uscì sul portico e scese gli scalini per venirci incontro.

“Giorgio, tu sei il mio capolavoro! Sei la fatica di anni e anni di ricerca e sperimentazione” mi spiegò quell’essere ibrido avvicinandosi sempre di più.

“Voglio delle spiegazioni! Che cazzo sta succedendo!?” urlai in preda alla collera.

“Io sono un artista! E questo pezzetto di merda qui,” sollevò la testa di Bacco mettendola in mostra in maniera plateale “è il mio assistente! Mi è stato di grande aiuto, addirittura ha donato la sua vita in virtù di un’idea! Vedi, oggi, la gente ha perso la capacità di sviluppare idee e sai perché? Perché l’immaginazione è morta! Sono convinti che il mondo si sia ridotto ad essere esclusivamente quello che viene rinchiuso dentro il loro limitato campo visivo. Hanno smesso di immaginare e hanno iniziato a desiderare. Tu stesso, per anni hai guardato e hai desiderato ciò che guardavi immaginando e sognando di essere mediocre. La terra è stata creata dalla mia specie per intrattenere! Le vostre vite altro non sono che un fottuto reality show creato da me! Ma questo spettacolo ormai sta iniziando a stancare perché voi avete smesso di usare l’illimitata immaginazione che io stesso ho voluto donarvi! Tu sei diventato il personaggio più amato dal pubblico questa sera, lo sapevi?”

“Il personaggio più amato?” chiesi in preda all’agitazione “Cos’é? Uno scherzo?”

Marta mi strinse forte la mano.

L’uomo capra scoppiò a ridere tutto eccitato, scagliò la testa di Bacco a terra e applaudì.

“Io lo sento!” esclamò contento “Io sono convinto che tu finalmente regalerai al mio pubblico il gran finale che tutti si aspettano di vedere! Anche loro hanno smesso di sperare sai? Voi sareste dovuti essere la nostra versione migliorata ma in realtà siete profondamente instabili e stupidi. Non una storia d’amore avvincente e appassionata che sia stata valsa la pena di raccontare, nemmeno una! Oggi il mio show non funziona più perché mancano sentimenti, emozioni e affetto! Le coppie non funzionano più, non perché hanno smesso di amare; ma perché hanno smesso di immaginare! Tutto è relegato alla materia; la materia che ha bloccato e ingannato il vostro spirito. E quando la materia prende il controllo di un intero sistema globale l’unica via di salvezza rimane l’astrazione totale!”

“Che succede ora?” esclamai rassegnato alla fine di quel lungo monologo.

“Ora siamo alla fine dello show, il momento in cui devi fare una scelta,” disse la capra indicando la porta d’ingresso della villa “là dentro ti attende il tuo destino e con esso quello della tua intera specie.”

Dalla porta sbucò la ragazza con la parrucca, tutta nuda. Le lunghe ciocche blu le cadevano in avanti coprendole i seni. Non era più un mostro, era tornata normale e mi accorsi di stare guardando la cosa più eccitante che mi fosse mai capitato di vedere. Mi guardava con aria maliziosa, una sorta di diavolo tentatore. Con lo sguardo mi chiamava, mi desiderava e io stavo iniziando a sudare freddo. In quel momento mi scordai totalmente di Marta e mi avvicinai a quella diavoletta sexy.

Camminando a passo svelto raggiunsi la scalinata e salii su, nel portico, fino a trovarmi a faccia a faccia con la ragazza. Lei mi fissò negli occhi e si leccò le labbra dopodiché mi prese per mano. Si voltò e oltrepassò la soglia della villa conducendomi nel suo inferno.

Dentro era buio, ero immerso nella completa oscurità; così vuota ma allo stesso tempo piena e soffocante. Lei iniziò a toccarmi in modo sensuale e con le labbra iniziò a stamparmi piccoli e morbidi baci su per il collo. Sentii un brivido su per la schiena e mi lasciai andare. Le misi entrambe le mani sui fianchi fino a farle scivolare sul suo fondoschiena per poi scendere verso le natiche con impeto ed eccitazione. Una luce rossa si accese e davanti a me si palesò un salotto, ampio e lussuoso. C’erano tre divani, su ciascuno di essi ragazze bellissime, tutte nude, con uomini altrettanto bellissimi che scopavano silenziosi. Non sentivo nulla anche se vedevo i loro volti deformati da smorfie di piacere e godimento.

La ragazza dai capelli blu si staccò da me e si posizionò a terra su un tappeto vellutato. Aprì le gambe e mi fece cenno con la mano di avvicinarmi. Io obbedì come sotto ipnosi. Mi slacciai i pantaloni e abbassai le mutande. Tutto nudo indossando solo la maschera da porcello, mi avvicinai accovacciandomi sopra di lei. Sentivo il mio cazzo eretto e la voglia di esserle dentro divenne quasi insostenibile.

“Fottimi porco!” mi disse lei come ansimando.

Porco.

In quel momento qualcosa mi disturbò; la maschera iniziò a soffocarmi e a darmi fastidio. A stento riuscivo a respirare dunque cercai di togliermela ma non riuscivo. Era come saldata al mio volto, appiccicata alla mia pelle. Con foga iniziai a strappare i pezzi di lattice partendo dal naso fino a crearmi un foro per respirare. Da quel buco iniziai a lacerare tutto attorno e, nello strappare a brandelli quella maschaera infernale, sentii il sangue schizzarmi via dalla faccia e un dolore allucinante che quasi mi fece svenire. Urlai mentre caddi all’indietro sul tappeto fino a rimanere sdraiato sulla schiena. Continuai a strappare e a strappare fino a quando iniziai a gonfiarmi e a sentirmi più pesante e grosso. Il grasso si rigenerò sformando i miei addominali e i miei muscoli scolpiti. Sentivo le gambe allargarsi e accorciarsi, il pene ritirarsi all’indietro fino a scomparire dentro il mio lardo.

La ragazza con i capelli blu si alzò in piedi ridendo e in pochi istanti si trasformò tornando ad assumere le sembianze di quel mostro di carne, gigante e tentacolare, che qualche ora prima aveva cercato di inghiottirmi.

Nudo e sporco di sangue cercai di alzarmi goffamente ma mi sentivo debole. All’inizio strisciai verso la porta dalla quale ero entrato ma ero troppo lento. Un tentacolo mi raggiunse e mi avvolse stritolandomi. Il mostro mi tirò a se e mi spiaccicò contro la superficie del suo corpo. Mi accorsi che stavo iniziando a sprofondare dentro la sua mole. La mia pelle iniziava a fondersi con la sua e il solo pensiero di stare per sciogliermi dentro quell’ammasso di merda mi fece trovare la forza per staccarmi e scappare. Spinsi nel verso opposto rispetto alla palla di carne, puntando la porta. Nel separarmi da quell’essere persi diversi strati di pelle che vennero inglobati nel suo corpo. Evitai un paio di tentacoli e in pochi secondi uscii dalla villa dove trovai ad aspettarmi l’uomo capra.

“Ottimo lavoro Giorgio! Sono fiero di te!” mi disse.

“Grazie” gli risposi.

Marta mi venne incontro commossa.

“Te la sei tolta!” mi disse mentre mi si lanciò contro, accarezzandomi le guance paffutelle.

“Non mi nasconderò più” le dissi sorridendo.

“Bene, è arrivato il momento signori!” ci interruppe la capra.

“Il momento per cosa?” chiesi preoccupato.

“Per il premio!” urlò tutto esaltato.

Non ricordo bene cosa successe dopo, ricordo solo un lampo di luce bianca che ci avvolse cullandoci in un limbo bianco e rilassante per poi condurci in un parco celestiale che sembrava infinito.

Mi ritrovai sdraiato su un prato, al mio fianco c’era una ragazza dal corpo perfetto con la testa da capra.

“Sei tu?” mi chiese la ragazza e dalla voce mi accorsi che si trattava di Marta.

“Penso di sì” risposi.

Nel parlare mi accorsi che la mia bocca era diversa. Mi toccai il volto; era strano, non era più la mia faccia.

“Siamo diventati come loro” mi disse Marta alzandosi su con la schiena rimanendo seduta.

Io feci altrettanto. Il mio corpo era nuovamente scolpito e perfetto quasi come quello di una divinità. Non appena mi alzai mi accorsi che l’intero parco era pieno di uomini e donne capra, tutti accoppiati a due a due. Uomo con donna, donna con donna e uomo con uomo in ogni caso tutte coppie, isolate le une dalle altre, in quella distesa d’erba, tutti seduti o sdraiati ad ammirare il cielo. Ma quel cielo non era come quello della terra; era una distesa infinita di schermi e ogni schermo mostrava la vita di ogni essere umano ventiquattro ore su ventiquattro. Ecco cosa facevano tutto il giorno queste divinità: ci guardavano. Vivevano attraverso noi.

Uno di quegli schermi mostrava la ragazza con i capelli blu, era sdraiata per strada nella via del Delirium; aveva le calze strappate e la camicetta sbottonata. Si svegliò massaggiandosi le tempie, al suo fianco una pozza di vomito. Si guardò intorno poi iniziò a piangere e in quel momento smisi di guardare voltandomi verso Marta. Anche con quella testa da capra mi sembrava bellissima.

“Siamo destinati a guardare per il resto della nostra vita?” mi chiese preoccupata e triste.

“No! Io mi rifiuto!” le dissi alzandomi in piedi.

Mi concentrai e guardai attentamente tutti quegli schermi fino a che non ne trovai uno vuoto, bianco. Lo indicai a Marta.

“Guarda lì, immagina di riempirlo con la nostra vita” le dissi felice.

Lei si strinse a me, affettuosa, con gli occhi rivolti verso lo schermo. Da esso uscì un cono di luce che scese sulla terra per avvolgerci. Una sensazione piacevole ci riscaldò e iniziammo a sollevarci fluttuando nell’aria. Il cono di luce ci tirò su lentamente e tutte le altre coppie iniziarono a guardarci e a indicarci, sorprese e sbalordite. All’improvviso lo stesso drago, che avevo visto durante la parata, si materializzò nell’aria passandoci accanto. Riuscii a vedere bene i suoi occhi, erano neri esattamente come quelli di Saul e in quel momento realizzai.

“Ricordati, “ mi disse il drago Saul volandomi accanto “l’unico modo per avere una relazione intensa e gratificante, per voi, non sarà guardarvi negli occhi per dimenticarvi del resto del mondo ma, tenendovi per mano, guardare assieme al di fuori, verso una causa per cui entrambi combatterete, in cui entrambi sarete impegnati. Non dimenticatevi che siete parte del mondo.”

Il drago scomparve e noi, ormai in prossimità dello schermo bianco e luminoso, fummo risucchiati dentro di esso, con un ultimo raggio di luce accecante.

 

Mi svegliai nel mio vero corpo, dentro un letto matrimoniale. Al mio fianco, sdraiata, c’era Marta, anch’essa tornata alle sue sembianze; i suoi capelli rossi luccicavano illuminati dalla luce del mattino che filtrava timidamente dalla finestra riscaldandoci. Lei dormiva. La svegliai con un bacio sulla guancia. Scesi dal letto e mi affacciai alla finestra; notai con somma gioia che tutto era tornato alla normalità e la vita stava continuando indisturbata come se nulla fosse mai accaduto. Marta mi raggiunse e mi abbracciò da dietro per poi posizionarsi al mio fianco. Si protese oltre la finestra e assaporò l’aria fresca del mattino.

Ci guardammo negli occhi, sorridenti e felici.

“Ti amo” le dissi.

Le nostre labbra si unirono in un bacio.

Il mio primo bacio e questa volta tutto era così reale.

Così normale e allo stesso tempo speciale.

Mi resi conto che la banalità, ormai, non era poi così banale.

bianca come la neve primo poster

Passeggio per le strade del centro, avvolto nel mio cappotto di lana di alpaca. Attraversando la via principale, illuminata dalle decorazioni natalizie appese ai tralicci della luce, mi perdo in un groviglio di persone sorridenti ed eccitate. Si trascinano dietro buste piene di regali e saltano da un negozio all’altro come spinti da un’irrefrenabile voglia di spendere più di quel che hanno.

Quasi perdo le coordinate e mi dimentico, dove devo andare. Una ragazza sui trent’anni, con il culetto a sfera, rapisce la mia attenzione e subito ricordo, dove sono diretto.

 Cerco di farmi largo tra la fiumana per raggiungere il bar di fianco ad Armani. Sono in anticipo di qualche minuto, dunque, mi fermo davanti all’ingresso del bar e mi accendo una sigaretta. Continuo a osservare i negozi assaltati, le luci psichedeliche e il brusio insopportabile della massa di consumatori mentre ripenso alle parole di mia madre.

Tu non sei normale!

Ogni tanto riemerge il suo ricordo sbiadito. Sono anni che non la vedo ma la sua voce squillante e irritante continua a tormentarmi.

Normale rispetto a cosa? Me lo sono sempre chiesto.

Riconosco subito Patrizia che mi sta venendo incontro; è molto più in carne rispetto alla foto che ci ha inviato in redazione. Porta una minigonna rossa, calze a rete, tacchi e visone. Ha circa quarant’anni; è bionda con le labbra rifatte, così come sembrerebbe rifatto il suo seno prosperoso. Ho subito un’erezione. Estraggo la mini-telecamera dalla tasca e apro il piccolo monitor pieghevole. Inizio a registrare.

<<Enrico giusto?>> mi chiede sorridendo.

<<Patrizia te lo devo dire, sembri proprio una porca super-sexy!>> esclamo eccitato.

Lei mi porge la mano ed io ricambio.

<<Sei proprio un bell’uomo, Enrico, non vedo l’ora di approfondire la nostra conoscenza>> mi lusinga, lei, facendomi l’occhiolino.

Si inizia sempre così. Premo quel tastino rosso e tutto ciò che mi si para davanti diventa improvvisamente finto. Il mio sguardo, mediato dal monitor della telecamera, registra immagini senza alcun criterio estetico o artistico; volti e corpi raffigurati nella loro più totale imperfezione, nella loro più brutale e rivoltante dimensione realistica. Ciò nonostante, il primo incontro con la “compagna” di scena e il suo relativo scambio di battute risulta essere sempre la parte più artefatta dell’ intero processo.

Spengo per un momento la telecamera e, insieme, entriamo per prendere posto nel locale. Patrizia si toglie il visione, appoggiandolo allo schienale della sedia, e si accomoda di fronte a me. La sua camicetta semiaperta le mette in risalto quelle enormi tette che sembrano voler esplodere da un momento all’altro.

<<Quanti anni hai, Enrico?>> mi chiede lei, questa volta senza recitare.

<<Cinquantasei>> rispondo mentre riprendo la telecamera e apro lo sportellino del monitor.

<<Wow non si direbbe, li porti davvero molto bene!>> ammicca, iniziando nuovamente a recitare.

Dev’essere l’effetto della telecamera. Questo aggeggio infernale ha una tendenza demoniaca tutta sua nel manipolare ed alterare la percezione della realtà.

<<Grazie>> le dico quasi con indifferenza e nel mentre inizio a registrare <<Allora Patrizia, ti va di farci vedere quelle tette da maialona?>>

<<Qui davanti a tutti?>> mi chiede maliziosa ed eccitata.

<<Sì, facci vedere quanto sei troia>>

Lei si guarda attorno, si sbottona un pò la camicetta e fa scivolare fuori la tetta destra dal reggiseno. Andiamo avanti qualche minuto con la stupida recita preliminare, dopodiché la porto nel bagno degli uomini. Chiudo a chiave la porta e lei inizia a farmi un pompino. Riprendo tutto per cinque minuti abbondanti. Non mi ricordo nemmeno quando è stata l’ultima volta che ho fatto sesso senza quella stupida telecamera appiccicata alla mano. Ormai mi stavo abituando alla sua presenza a tal punto che senza di essa non riuscivo più ad eccitarmi. I miei rapporti li stavo vivendo tutti attraverso quell’occhio artificiale, era la mia memoria visiva. I ricordi sono fallaci e inaffidabili; quelle clip video che raccolgo sul mio pc e conservo gelosamente da anni sono la pura testimonianza di qualcosa di certo, che è stato, che è avvenuto in un preciso momento in quel particolar modo. Le mie mille verità.

Un impeto di eccitazione mi spinge a strappargli le calze a rete. Le infilo un paio di dita nella figa bagnata e mi accingo a penetrarla da dietro. Lei mi blocca afferrandomi per un polso.

<<Stallone, il preservativo?>> mi fa notare lei senza smettere di ansimare.

<<Niente preservativo>> ribatto senza ammettere repliche e inizio a penetrarla.

Lei inizia ad urlare di piacere.

<<Sì, sì, così>> urla.

<<Ti piace il mio cazzo troia?>>

<<  Sì mi piace! Sono la tua troia!>>

Andiamo avanti così per venti minuti. Qualcuno bussa alla porta ma io faccio finta di niente.

<<Signori scusate! Dovete uscire da lì! Questo è un posto pubblico!>> urlano da fuori.

 Sono troppo preso dalla mia performance, non posso interromperla!

<<Sto per venire!>>  annuncio in preda all’eccitazione.

Patrizia si stacca dal mio cazzo eretto e si accovaccia sulle ginocchia davanti a me con la bocca spalancata, tirando fuori la lingua. Me lo smanetta per qualche secondo e il mio getto caldo e prorompente la colpisce dritto in gola. Emetto un ultimo verso di piacere mentre con la telecamera rimango fisso sul suo viso inondato dal mio seme.

 

Mi sveglio alle dieci del mattino e faccio un po’ di addominali davanti allo specchio. Mi sento bellissimo. Il mio corpo sudato e i miei muscoli tesi mi infondono un’innaturale fiducia in me stesso e nelle mie capacità. Il tempo scorre a una velocità impressionante e non voglio che il mio corpo ne rimanga vittima; è tutto ciò che ho. Mi piace pensare che, con il lavoro che faccio, magari qualche donna  riesca ad eccitarsi guardando uno dei miei video. Già me la vedo, la classica casalinga annoiata che si masturba davanti allo schermo godendo alla sola vista dei miei addominali scolpiti.

Arrivo in ufficio per le undici e mezza; là trovo Alberto, un ometto basso e un po’ paffutello con un paio di baffi prominenti e una folta chioma di capelli color marroncino chiaro.

<<Porca puttana Enrico! Dovremo cancellare la collana Pick up – Scopate occasionali!>> si lamenta Albi non appena mi vede varcare la soglia dell’ufficio.

<<Ma se è il prodotto di punta! Non dirmi che ti stai facendo problemi per il piccolo inconveniente di ieri sera?!>> sdrammatizzo io.

<<Ma non riesci ad essere un po’ più discreto, porca troia? Perché ogni volta chiamano gli sbirri?! Devi fare attenzione! Non possiamo sganciare tutti questi soldi ogni volta, e che cazzo!>> mi urla addosso.

<<Tieni>> lo ignoro e gli porgo la schedina con il girato di Patrizia <<Guarda questa roba! Sono sicuro che la serie Pick up ci regalerà un sacco di soddisfazioni!>>

Alberto afferra la schedina sbuffando. Io mi siedo alla mia scrivania, accendo il pc e controllo le mail.

Molte ragazze, dai venti ai trent’anni, hanno mandato le loro foto per il casting del mio nuovo film dal titolo Buon Anale e felice Ano nuovo.  É da mesi che sto lavorando a questo progetto. Tra una settimana è Natale e io voglio che il film sia pronto entro un paio di giorni. L’unica cosa che mi preoccupa sono i relativi problemi che potrebbe causarmi la scena finale che mi sono immaginato mentre concepivo il film. Se Alberto dovesse venire a conoscenza di cosa ho in mente di fare sicuramente mi proibirebbe di girarla.

Do un’occhiata alle varie foto; sono tutte strappone troppo belle e perfette, ma probabilmente è anche merito di photoshop. Io sto cercando la classica ragazza che si potrebbe incontrare per strada tutti i giorni; voglio che il mio porno sia qualcosa di eccitante proprio perché in grado di richiamare alla fantasia del pubblico, non le classiche fighe che abbondano in televisione, sui manifesti pubblicitari o sui soliti porno dozzinali; ma il desiderio proibito di poter avere un incontro bollente di sesso sfrenato con la prima ragazza timida e ordinaria che si potrebbe incrociare passeggiando per il centro della propria città.

Dopo una rigida selezione, finalmente trovo quella che sto cercando. Si chiama Maria. Una giovane ventenne dai capelli castani a caschetto che le incorniciano il viso un po’ grassottello. Ha una fisionomia abbastanza robusta e un neo insopportabile sulla tetta sinistra. Non è bellissima ma mi attrae parecchio, ha un certo non so che. Decido di contattarla subito.

 

Torno a casa intorno alle sei del pomeriggio e mi stendo sul letto. Chiudo gli occhi e lentamente sprofondo dentro un sogno. Mi trovo in uno studio televisivo durante una trasmissione di gossip. Io sono il conduttore e sto presentando i vari ospiti della serata. Sono tutte ragazze bellissime avvolte da vestitini succinti. Subito dopo mi ritrovo nella mia vecchia università. I miei compagni, in aula, stanno facendo un’orgia tra di loro e io sono seduto in disparte. In mezzo a quel groviglio di corpi c’è la mia professoressa di Contenuti e Format televisivi insieme ad un suo amico di vecchia data, un famoso regista televisivo che ogni tanto viene a farci lezione. Un grassone dal corpo sformato che si sta inculando una ragazzina gracile e minuta; questa mi sembra familiare ma non riesco a ricordarmi chi sia. La professoressa, mentre si sta facendo leccare le enormi tette cadenti da due ragazzi del corso, ad un certo punto, si accorge di me. Il suo sguardo si infiamma di rabbia e odio. Inizia ad urlarmi contro.

Entra nel mucchio! Entra nel mucchio! Fallo subito o non passerai l’esame!

Mi sveglio di soprassalto e in quel preciso istante mi squilla il telefono.

Rispondo.

<<Pronto?>> mugolo con la voce pastosa.

<<Ciao Enrico! Come va?>> una voce a me nota e allo stesso tempo irritante fa capolino dall’altro lato.

<<Benissimo! Tu, fratellone, come te la passi?>>  cerco di essere più cordiale possibile.

<<Non c’è male! Ascolta, volevo invitarti a cena da me stasera>>

<<Guarda io…>>

<<Non posso accettare un no come risposta! Alle otto qui da me!>> mi dice velocemente e poi riattacca.

Sbuffo e mi accendo una sigaretta. Sono anni che non ho contatti con la mia famiglia, specie con quella testa di cazzo di mio fratello Giorgio.

Mi alzo dal letto e mi butto sotto la doccia. Mentre mi faccio massaggiare dall’acqua calda che piomba sulle mie spalle, ripenso al sogno appena fatto. Vecchi ricordi legati all’università si fanno largo nella mia memoria aprendo vecchie ferite.

 

Parcheggio la mercedes sotto casa di Giorgio. Non faccio in tempo a scendere che un timido fiocco di neve si posa, leggiadro, su una delle mie spalle. Alzo lo sguardo al cielo e vedo tanti puntini bianchi muoversi in modo caotico sopra la mia testa.

Ci mancava solo la neve.

Mi dirigo verso l’ingresso del condominio di mio fratello e suono il citofono.

 

Giorgio mi accoglie a braccia aperte, abbracciandomi calorosamente sulla soglia del suo appartamento.

<<Enrico! Quanto tempo! Come stai?>> mi chiede con un sorriso a trentatre denti.

<<Non c’è male, tu?>> rispondo accennando una smorfia di felicità finta come le tette di Patrizia.

<<Bene, bene. Dammi qua il cappotto e mettiti comodo!>>

Entro, mi spoglio e gli porgo il mio costosissimo cappotto. In salotto ci sono sua moglie, Giuditta, e il piccolo Tommaso, incantato a guardare le luci dell’albero di natale che si accendono e si spengono. Mia cognata mi viene incontro, tutta contenta, e mi da un paio di baci sulle guance come da convenevoli.

<<Ciao! Come stai?>> mi chiede tutta carina e talmente dolce da farmi venire il diabete.

<<Non c’è male>> le dico quasi svogliato.

<<Tommi, ti ricordi dello zio?>> chiede Giuditta rivolgendosi al figlio.

Tommaso rimane immobile a guardarmi negli occhi. Non muove un muscolo e non accenna ad alzarsi.

<<É un po’ timido ma sicuramente si ricorda di te>> cerca di rassicurarmi mia cognata.

<<Ma sì, sono bambini>> sdrammatizzo imbarazzato.

Non che me ne importi qualcosa di quel piccolo bastardello; a volte si creano situazioni imbarazzanti quando qualcuno cerca di non farmi sentire in imbarazzo per qualcosa della quale a me frega poco o niente. Mi sento imbarazzato nel non riuscire ad esprimere imbarazzo.

Tu non sei normale!

<<La cena sarà quasi pronta se vuoi possiamo iniziare ad accomodarci>> mi dice Giuditta mentre si accinge a prendere in braccio il figlio.

Giorgio mi raggiunge con due bicchieri di vino rosso e me ne porge uno.

Afferro il calice e lo ringrazio mentre tutti ci dirigiamo verso la cucina e prendiamo posto al tavolo.

Uno strano odore molto simile a incenso si fa strada, con prepotenza, dentro le mie narici. Ho quasi la nausea. Sorseggio il mio vino mentre osservo l’aspetto invecchiato e sciupato di mio fratello. Ha le occhiaie, è quasi totalmente calvo ed è ingrassato notevolmente rispetto all’ultima volta che l’ho visto.

<<Il lavoro come va?>> mi chiede Giorgio.

Giuditta lancia un’occhiata assassina a suo marito e a me scappa una risata che cerco subito di soffocare sul nascere.

<<Bene! Tra poco inizio a girare un nuovo film!>> esclamo con un sorriso sornione.

<<Tanto mi basta! Meglio non scendere nei dettagli!>> mi dice, mio fratello, scoppiando a ridere rumorosamente.

 

Tra futili chiacchiere e cazzate di vario genere finiamo di mangiare. Giuditta porta a letto il piccolo Tommaso mentre Giorgio mi propone di fare una capatina nel bar sotto casa per un amaro.

Il locale è poco affollato. Io e mio fratello prendiamo posto al bancone e ordiniamo un paio di whisky. Continuo a guardare il monitor del mio smartphone per controllare l’ora o l’arrivo di eventuali mail per il casting di Buon Anale.

Il tempo sembra non passare mai. Con Giorgio non riesco a comunicare; ogni volta è la stessa storia. Più non ci vediamo e meno riusciamo a parlare, la cosa diventa sempre più stressante e patetica. Ho sempre odiato il concetto di famiglia, costringe le persone a stringere e a coltivare rapporti forzati. Quando decisi di lavorare nel porno mi hanno tutti sputato merda addosso e nessuno di loro è mai riuscito ad appoggiarmi. Solo qualche anno fa Giorgio ha deciso di continuare a rivolgermi la parola, ma a questo punto preferivo continuasse a tenermi lontano dalla sua vita.

<<Dai ora puoi parlarmi del tuo film>> interviene, mio fratello, rompendo il silenzio.

<<Non c’è molto da dire. É un porno di Natale>> gli dico senza un briciolo di entusiasmo.

<<Enrico, sei veramente felice? Voglio dire, alla tua età non ti senti solo? Non vorresti avere una famiglia? Una vita normale?>>

Ecco che esce fuori il caro vecchio Giorgio, quello bigotto e bacchettone.

<<Ancora a rompermi le palle con questa storia? Dopo tutti questi anni ancora non riesci a mandarla giù? Cazzo mi sembra di sentire nostra madre!>> gli rispondo con un filo di irritazione nella voce.

<<Senti, nostra mamma è messa male. Non le resta molto. E io sono preoccupato per la nostra famiglia. Vorrei che venissi a trovarla in ospedale uno di questi giorni. Mi piacerebbe vederla sorridere un’ultima volta>> mi dice con tono compassionevole mentre i suoi occhi iniziano a diventare lucidi.

<<Vederla sorridere? Se mi vede quella è capace di schiattare sul colpo una volta per tutte! Giorgio lascia stare! Non sono più parte della vostra vita! Avete preso voi questa decisione, anni fa! Io sono contento di quello che sto facendo! Sono contento della mia vita! Non ho rimpianti! Solo perché non passo le mie giornate a pensare come arredare casa, a comprare i regali di Natale, a pensare a mia moglie e a mio figlio, a fare le stesse cose ogni fottutissimo giorno, a scoparmi la stessa figa ogni notte, a rimpinzarmi di cibo durante i cenoni in famiglia e tutte queste cazzate qua… non vuol dire che la tua vita sia meglio della mia!>> mi sfogo avendo ormai perso la pazienza.

Giorgio rimane in silenzio e sorseggia il suo whisky. Io butto giù il mio alla goccia e faccio per alzarmi.

<<Aspetta>> mi ordina timidamente mio fratello.

Non l’ho mai visto così preoccupato; almeno per quel poco che ci siamo frequentati.

<<Io mi sento solo>> continua lui <<Io ho bisogno di te. Non posso affrontare tutto da solo. Non è solo mia madre; è nostra madre! Io sto impazzendo. Mi sto accollando io tutte le spese mediche, la badante e tutti i suo debiti. Mamma si è svenata per pagarti l’università! Te lo sei dimenticato? E per che cosa eh? Volevi lavorare in televisione! Hai rotto il cazzo per poter fare quella scuola e ti sei pure fatto cacciare! Come se non bastasse, un giorno vieni a casa annunciandoci la tua nuova carriera nel mondo del porno!>>

Inizia a tremarmi la palpebra sinistra, mi succede sempre quando sono nervoso. Guardo negli occhi mio fratello e prendo fiato. Decido di aprirmi per l’ultima volta con lui e cercare di spiegargli quello che provo.

<< Era una delle università più costose ma allo stesso tempo una delle più squallide. Le lezioni erano una perdita di tempo. I professori erano dei pagliacci. In classe era una continua competizione a chi leccava più culi per poter ottenere un misero stage, con la speranza di poter entrare un giorno in quel mondo che sembrava sempre più irraggiungibile. Tutti i miei compagni erano pieni di soldi fin dentro il buco del culo. Tutti così pettinati e “precisini”, con i genitori e le conoscenze giuste tanto da assicurargli già un posto caldo nel mondo dello spettacolo. Io mi sentivo fuori dal coro. Mi resi conto che la passione non era abbastanza. Dovevi essere un figlio di puttana e ed essere disposto a rinunciare alla tua dignità per poter raggiungere l’obiettivo. Non potevo farlo. Mi ricordo che un giorno entrai in uno dei bagni dell’università e vidi una delle tazze del water sporca di merda, con ancora dentro uno stronzo galleggiare perché qualcuno non aveva tirato l’acqua. Fu allora che mi resi conto che non importava quanto all’apparenza il sistema fosse perfetto, pettinato ed elegante. Non importava, perché sotto le sue fondamenta c’era sempre della merda galleggiante pronta a svelare la sua vera natura.>>

Giorgio rimane in silenzio. Io mi alzo e appoggio una mano sulla sua spalla.

<<Sono pronto a scommettere>> continuo <<che anche sotto quella facciata da perfetto e ordinario padre di famiglia, che ti porti appresso, si nasconda un po’ di merda galleggiante. Quando ti sarai stancato di combatterla e l’avrai finalmente accettata chiamami che magari ti trovo una parte in uno dei miei film, così puoi scoparti qualche troia giovane e meno raggrinzita di quella vecchia ciabatta di tua moglie>>.

Gli faccio l’occhiolino e mi allontano verso l’uscita.

Fuori trovo ad attendermi una tempesta di neve che sta pennellando di bianco ogni superficie. Penso a quello che dicono riguardo alle persone che odiano la neve; che sono ciniche e bastarde. Io penso solo che la neve, nella sua immagine idealizzata di candore e felicità, rappresenti solo un espediente per nascondere la merda che imbratta l’animo e la vita delle persone, ingabbiate nella routine delle loro misere vite.  É per questo che ho scelto il porno; ho scelto di abbracciare ed accettare la merda senza scendere a patti con le mie illusioni idealizzate.

 

Oggi è il primo giorno di riprese. Mi sveglio tutto esaltato e metto in carica le batterie della Panasonic consegnatami da Alberto il giorno prima. Prendo dall’armadio il mio costume di Babbo Natale e lo indosso. Mi guardo allo specchio e sorrido divertito.

 Prendo la mercedes e carico su Buffalo Bill e il toscano Giuseppe, il re delle Spagnolette. Alle undici e mezza del mattino siamo già tutti e tre vestiti da Babbo Natale in viaggio verso casa di Maria.

 

Le strade sono ricoperte di neve e devo fare attenzione. La mia macchina tende a sbandare e i freni non funzionano come dovrebbero. Per tutto il tragitto non faccio altro che osservare i vari cartelloni pubblicitari. Sono tutti uguali. Uomini e donne mezzi nudi, tutti belli e perfetti che indossano cappelli di Natale mentre sponsorizzano il prodotto di turno. C’è troppa bellezza artificiale; c’è troppa perfezione e io ne sono nauseato.

Finalmente arriviamo da Maria. Parcheggio nel vialetto, scendo dalla macchina e prendo la telecamera. Inizio a registrare e diamo il via alla recita.

Mentre attraversiamo la strada, per raggiungere il portone d’ingresso, inquadro Giuseppe.

<<Maremma maiala stiamo andando a consegnare tre grossi pacchi>> urla lui rivolgendosi in camera <<a una signorina molto speciale!>>

Mi volto, poi, con la camera verso Buffalo Bill.

<<Che ne dici, Cazzo d’Asino>> si rivolge a me quest’ultimo <<sei pronto? Questa sorcona ci sta aspettando nella stalla!>>

Infine rivolgo la Panasonic verso di me.

<<Stiamo andando da Maria ad augurargli un Buon Anale!>> parlo in camera facendo smorfie buffe dopodiché smetto di registrare e suono il campanello.

<< Con questa ci facciamo il trailer!>> esclama Giuseppe prima di scoppiare a ridere divertito.

 Maria ci apre la porta in lingerie. Indossa solo stivali, calze a rete con relativi reggicalze, reggiseno rosso di pizzo e l’immancabile cappello di Babbo Natale.

Riprendo a registrare mentre i miei colleghi iniziano a presentarsi.

<<La signorina Maria giusto?>> chiede Buffalo Bill.

<<Sì, sono proprio io>> risponde Maria ammiccando.

<<Abbiamo da consegnare tre grossi pacchi per lei!>> interviene Giuseppe.

<<Prego, accomodatevi allora>> ci dice la ragazza sforzandosi di fare la voce sexy <<non vedo l’ora di scartarli tutti e tre!>>

Ci accomodiamo in salotto. Bill e Giuseppe si siedono sul divano mentre Maria inizia a muoversi in modo sensuale denudandosi davanti a loro. Io registro tutto con la videocamera ma faccio fatica a concentrarmi sulla scena. Il mio sguardo continua a soffermarsi sulla foto incorniciata, posta sopra il camino. Una foto di Maria da bambina insieme a sua mamma e suo padre. Mi ritorna in mente l’altra sera, passata in compagnia di mio fratello. Scuoto la testa per scacciare via pensieri superflui e torno a riprendere gli “attori”. Maria, piegata sul divano a novanta, sta sbocchinando Buffalo mentre dall’altro lato Giuseppe le sta infilando l’intera mano nella figa.

Merda, mi sono perso l’inizio della scena; è la parte più importante ed eccitante quando si passa dalle semplici strusciatine alle porcate vere e proprie.

Mi avvicino e inizio a fare dei dettagli: prima sul cazzo di Bill, mentre viene lustrato e inglobato dalle labbra carnose e soffici di Maria, e, in seguito, sull’intero pugno di Giuseppe conficcato a forza tra le chiappe della medesima.

Vanno avanti così per qualche minuto quando decidono di cambiare posizione. Buffalo inizia a scoparsela a pecorina mentre, questa volta, a Giuseppe tocca la bocca. Vanno avanti così per altri venti minuti.

Inizio a rendermi conto che c’è qualcosa che non funziona. Prendo una sedia e ci appoggio sopra la telecamera. Mi slaccio la cintura di pelle nere e calo le braghe, avvicinandomi all’ammucchiata con il cazzo dritto.

Maria smette di succhiarlo a Giuseppe per prendere fiato. Ne approfitto per sbattergli il mio uccello in faccia.

<<Ti piace l’alberello?>> esclamo mentre lei afferra il mio membro stringendolo nella sua mano sinistra <<Guarda che belle palle di natale!>>

Maria inizia a leccarmi lo scroto mentre con la mano destra smanetta Giuseppe.

Altri dieci minuti passano.

Cambiamo posizione e passiamo alla famosa double penetration. Buffalo si mette seduto, sopra si posiziona Maria rivolta verso di lui. Io mi accomodo dietro pronto a sfondargli il culetto mentre Giuseppe ancora una volta si accaparra la bocca, mettendosi in piedi sul divano alla nostra sinistra. Iniziamo tutti a spingere e a dimenarci in perfetta sintonia con il nostro istinto primordiale, animalesco, creativo e grottesco.

<<Buon Anale>> inizio ad urlare in preda alla follia <<e felice Ano Nuovo!>>

Non mi accorgo, mentre faccio finta di ansimare e gemere di piacere, che sto iniziando a piangere.

Ad un certo punto sento un odore nauseabondo e un brutto presentimento mi assale.

Maria imperterrita sbocchina Giuseppe mentre Buffalo da sotto continua a spingere.

<<Sta arrivando! La cuccagna!!>> esclama divertito Giuseppe dall’alto.

Un conato mi assale e quasi soffoco. Mi stacco da Maria tirando fuori l’uccello dal suo sfintere.

<<Oh sì!>> urla Giuseppe mentre eiacula nelle fauci aperte della ragazza.

Io cado a terra con il cazzo sporco di merda e inizio a vomitare sul pavimento.

<<Guarda qua puttanella>> continua a blaterare il toscano <<è bianca come la neve! La mia sborra è candida e bianca come la neve!>>

Come la neve.

Tre parole che mi rimangono impresse nella mente prima di iniziare ancora a vomitare.

 

Passo tutto il pomeriggio chiuso in doccia a sfregarmi l’uccello con il sapone. Questa volta me la sono presa sicuramente. Era quello che volevo in fin dei conti; godermi la vita in totale libertà e spingermi all’accesso, sempre e comunque, anche a costo di morire.

Le mie probabilità di contrarre l’HIV si erano moltiplicate negli ultimi mesi e, dopo il mio sfortunato incontro con il padrone di casa dell’antro anale di Maria, sono sicuro al cento per cento di essere ormai siero positivo. Più questo pensiero avanza nella mia testa e più inizio ad avere paura.

Quando finalmente riesco a calmarmi, mi stendo sul letto davanti alla tv e mi accendo una sigaretta. Mi rilasso e mi godo, attimo dopo attimo, la mia nicotina.

Squilla il telefono.

Getto la sigaretta a terra con uno scatto d’ira e urlo un paio di bestemmie. Afferro in tutta fretta il cellulare, posto sopra il comodino di fianco al letto, e rispondo.

<<Testa di cazzo!>> la voce indemoniata di Alberto mi perfora un timpano <<Che minchia stai combinando con quel film? Se la tua intenzione era quella di fare un video trash per appassionati di feticismo coprofago e vomito, te ne devo dare atto, è proprio un capolavoro!>>

<<Sì, be poi ce la risolviamo con il montaggio. Non è così una tragedia>> rispondo io imbarazzato.

<<Enrico guarda che mi stai facendo incazzare! Io ti avviso!>> riattacca il telefono senza che io possa dire altro.

 

Corro in bagno e inizio ad ingerire tutte le pillole che trovo nel cassetto dei medicinali. Mi butto nuovamente sul letto, davanti alla televisione ancora accesa, e inizio ad avere le allucinazioni. Il pensiero ricorrente della mia morte, ora, mi rende tranquillo. Non me ne frega più un cazzo del film. L’unica cosa che voglio in questo momento è spegnermi nell’oscurità del mio appartamento.

Lo schermo piatto ad alta definizione della tv inizia a farsi sempre più grosso. Palpita lentamente come se fosse un essere organico dotato di vita propria. Ad un certo punto inizia a parlare.

Compra! É Dio che te lo ordina! Compra! Compra! Compra!

Poi inizio a vedere me stesso, nudo, mentre sto facendo una televendita. Cerco di invogliare i miei telespettatori a comprare delle strane pillole per aumentare la durata delle prestazioni sessuali.

Lo stomaco inizia a contorcersi su se stesso. Non riesco a trattenere le lacrime e piango.

Chiudo gli occhi e quando li riapro mi ritrovo dentro una chiesa. Sono inchiodato ad un’enorme croce con una corona di spine in testa. Davanti a me, in ginocchio, c’è Maria che indossa un completino sexy senza nient’altro addosso. É in ginocchio e sta pregando.

<<Ti prego perdona tutti quelli che non hanno mai creduto in te>> bisbiglia Maria con le mani giunte <<Perdona anche te stesso.>>

Mi sveglio sudato alle otto e mezza del mattino. Sono ancora vivo e tiro un sospiro di sollievo. La televisione è ancora accesa e sta mostrando una pubblicità dietro l’altra. Ripenso a tutta la gente che sta affollando le strade alla ricerca di regali e cibo per imbandire le tavole il giorno di Natale. Penso al consumismo, dilagante e inarrestabile persino in un così grave momento di crisi economica del paese. Volevo allontanarmi da tutto questo, vivendo ai margini nel mio mondo alternativo. Ma io sono esattamente come loro.

Sarà contenta mia madre.

 Io sono normale.

 Io sono come tutti gli altri, sono un consumatore. Sono uno spot vivente, con il mio corpo glabro e scolpito, la mia mercedes, il mio televisore in HD, tutto il mio vestiario e il mio appartamento arredato secondo il mio gusto maniacale. Ma, soprattutto, sono un consumatore di persone; consumo i loro corpi per poi gettarli via. I miei archivi sono pieni di video che immortalano, come trofei, ragazze divorate dal mio inappagabile appetito sessuale. Non sono mai riuscito a scappare dall’omologazione, alla fine ho rinunciato ai miei ideali e mi sono piegato al sistema. Non ho scelto io di abbracciare la merda, è la merda che, fin dalla nascita, mi ha tenuto in pugno senza mai lasciarmi andare.

 

Intorno alle dieci mi chiama mio fratello. Indeciso se rispondere o meno, alla fine rispondo incuriosito.

<<Giorgio, quanto tempo>> avvio la conversazione in modo sarcastico.

<<Piantala di fare lo scemo, ti devo parlare seriamente>> mi dice, Giorgio, infastidito.

Dalla voce sembra piuttosto preoccupato.

<<Dimmi tutto!>>  

<<Voglio partecipare al tuo film.>>

 

Più la merda si accumula, più tende a nevicare.

Durante il tragitto in macchina, Giorgio, è stranamente silenzioso. Continua a muovere, su e giù, la gamba destra nervosamente.

<<Ne sei sicuro?>> gli chiedo mostrando comprensione.

<<Sì>> a stento riesce a parlare.

<<Hai una famiglia lo sai? Questo video andrà in rete e chiunque potrà vederlo>> gli spiego con calma.

Sono quasi sicuro che una volta arrivati sul set, mio fratello, si tirerà indietro.

<<Quando parliamo di soldi?>> mi chiede.

<<A lavoro finito. Di certo non stai venendo con me a fare un film porno per i soldi, o sbaglio?>>

<<Bè arrotondare mi farebbe comodo. Tu non sai che cazzo vuol dire avere una famiglia a cui badare>>

<<Non lo so e non voglio saperlo>> sorrido per sdrammatizzare.

Vedere mio fratello così sottomesso e imbarazzato nel seguirmi in questa porno avventura mi riempie il cuore di gioia. Finalmente ho vinto la mia battaglia, erano anni che aspettavo un momento del genere. L’altra sera, al bar, le mie parole devono averlo colpito parecchio. Devo solo scoprire cosa mi sta nascondendo. Il suo comportamento è troppo sospetto e qualcosa mi dice che c’è uno stronzo galleggiante davvero enorme pronto a saltare fuori da un momento all’altro.

 

Parcheggio nel vialetto, vicino alla macchina di Buffalo, a pochi metri da una piccola vecchia chiesa; luogo da me scelto per le riprese della fatidica ultima scena di Buon Anale e felice Ano nuovo.  Io e Giorgio scendiamo dalla macchina e ci avviamo verso l’ingresso. Buffalo, Giuseppe e Maria sono già lì nel portico che stanno girando. Ho mandato io stesso le indicazioni a Buffalo su come fare la scena, in caso di un mio eventuale ritardo o contrattempo.

 Maria, completamente nuda, è in piedi piegata in avanti con le braccia protese verso una delle colonne principali mentre da dietro, Giuseppe vestito da frate, la sta penetrando prendendola per i fianchi. Buffalo da sotto sta filmando tutto con la Panasonic.

Io mi avvicino seguito da mio fratello, disorientato e incredulo.

<<Giuseppe re delle spagnolette!>> urlo io posizionandomi alle spalle di Buffalo per vedere il display della camera <<Mettiglielo nel culo! Stiamo girando Buon Anale, un minimo di coerenza dai!>>

<<Se, poi sta stronza me caca sul cazzo!>> mi risponde Giuseppe mentre continua a spingere con il bacino.

<<Sì scopami, riempimi il culo di sborra!>> Maria urla in preda ad un raptus di arrapamento spinto senza fare caso a quanto appena detto da Giuseppe.

Giorgio si avvicina a me quatto quatto e mi parla a bassa voce in un orecchio.

<<Ti hanno dato i permessi per fare una roba del genere?>> mi fa sbigottito.

<<Certo che no!>> gli rispondo e poi torno a concentrarmi sulla scena.

<<Giuseppe niente storie! Sfondagli il culo e basta!>> alzo la voce per imporre autorità <<Ti sei divertito l’altra volta a sfottermi eh? Oggi tocca a te!>>

Maria continua a gemere e a urlare. Giuseppe, un po’ titubante, alla fine decide di obbedire; estrae il suo membro dalla grassa vagina di Maria e inizia a puntarlo verso l’ano.

<<Miraccomando non cacà!>> dice alla sua partner mentre è concentrato a infilare il membro eretto.

<<Sono cose che capitano!>> sbuffa Maria <<Non è professionale da parte tua continuare a rinfacciarmelo>>

<<Ecco ci sono!>> la zittisce Giuseppe.

<<Ahio!>> squittisce Maria mentre lui inizia a stantuffarla.

<<La cuccagnaaaa!>> grida in preda all’eccitazione, Giuseppe, mentre io e Buffalo ce la ridiamo di gusto.

Mi giro verso Giorgio e osservo il suo volto; ha un tic nervoso al collo e continua a grattarsi la testa. Mi avvicino a lui e appoggio una mano sulla sua spalla.

<<Tutto bene Giorgio? Guarda che non sei obbligato a farlo>> gli faccio io.

<<Avevi ragione tu>> mi risponde parlando velocemente <<C’è della merda! Anzi, c’era della merda!>>

<<Dai adesso non devi prendere alla lettera tutto quello che ti ho detto!>> mentre gli parlo scoppio a ridere nervosamente.

<<No, ma avevi ragione! Fanculo i debiti! Fanculo mia moglie! Fanculo la casa! Fanculo la mamma! Mi sono liberato di tutta quella merda! Per sempre!>> mi guarda con gli occhi sbarrati e un sorriso grottesco.

<<Devi dirmi qualcosa?>> chiedo mentre mi accorgo di essere seriamente preoccupato.

<<Quando tocca a me? C’è l’ho già duro!>> si limita a dire e, senza aspettare la mia risposta, inizia a togliersi i vestiti.

Infilo una mano in tasca e inizio ad accarezzare il mio cellulare. Una parte di me mi sta dicendo che devo fare una telefonata al più presto.

<<Ti ricordi di papà? >> continua a blaterare mio fratello mentre cerca di togliersi i calzini <<Quando ci picchiava con la cintura perché la domenica non volevamo andare a messa?>>

<<Sì, mi ricordo>>

<<Questa scena la stiamo dedicando a lui, vero?>> mi chiede speranzoso sfilandosi le mutande.

<<Puoi dedicarla a chi vuoi>> gli rispondo mentre cerco di studiare il suo comportamento anomalo.

Mi piacerebbe capire cosa sta accadendo dentro la sua testa e formulo delle ipotesi. Forse dopo anni e anni di repressione sta per esplodere una volta per tutte; può darsi che la nostra discussione dell’altra sera al bar gli abbia toccato un nervo scoperto.

All’improvviso, completamente nudo, lo vedo dirigersi in silenzio verso Giuseppe e Maria, ancora indaffarati nella loro messinscena grottesca. Con violenza inaudita strattona Giuseppe scagliandolo contro il muro della chiesa. Maria non fa in tempo a voltarsi che Giorgio la blocca e inizia a penetrarla.

<<Fa parte della scena?>> mi chiede lei preoccupata mentre mio fratello la sta trapanando con la foga di un animale feroce.

<<Sì stai tranquilla>> mento cercando di sorridere.

Giuseppe, con il naso sanguinante, mi guarda furioso. Io gli faccio un cenno con la mano per convincerlo a stare calmo. Buffalo continua a riprendere con la videocamera anche se ogni tanto mi lancia occhiate un po’ disorientato.

Mio fratello è uscito di testa e temo abbia fatto del male a sua moglie e a suo figlio. Continuo ad accarezzare il cellulare nella tasca. Forse questo è il momento giusto per fare un controllo.

Un urlo straziante e improvviso attira la nostra attenzione.

Mi volto verso il vialetto e vedo un vecchio prete correrci incontro con un contenitore di plastica, presumibilmente pieno di benzina.

Maria cerca di fermare Giorgio ma questo non ne vuole sapere e continua a penetrarla.

<<Non si alteri, ce ne andiamo subito!>> urlo al prete ma ormai è troppo tardi.

<<Disgraziati! Maledetti!>> grida lui in lacrime schizzandoci di benzina.

Mio fratello finalmente si stacca da Maria e cerca di coprirsi dalla benzina con le braccia. Cerchiamo tutti di allontanarci dal portico della chiesa ma nessuno riesce a scappare in tempo. Il prete continua a spruzzare sui nostri corpi abbondanti quantità di benzina. La puzza è insopportabile.

Corro verso la macchina. Buffalo cerca di seguirmi ma scivola sulle scale, cosparse anch’esse di benzina. Nel cadere colpisce uno dei gradini con la nuca e ci rimane secco sul colpo. Il cuore inizia a battermi in modo frenetico.

Con la coda dell’occhio vedo il prete estrarre un fiammifero. Lo accende e lo getta addosso a Maria che inizia a gridare come un’ossessa mentre le fiamme iniziano a divorare il suo corpo. Giorgio non accenna a muoversi o a reagire. Maria lo abbraccia e il fuoco avvolge i due che si accasciano a terra contorcendosi dal dolore. Nel mentre Giuseppe sta lottando con il prete; attorno a loro le fiamme continuano ad aumentare accerchiandoli.

Finalmente raggiungo la macchina; prima di salire e andarmene, mi fermo a guardare la scena. L’incendio inghiotte anche Giuseppe insieme al suo aggressore e accenna ad espandersi per tutta la chiesa.

All’improvviso la neve.

Arriva dal cielo, leggiadra, pronta a nascondere ogni cosa.

 

La città è bloccata. Le strade sono tutte intasate con le macchine tutte ferme in coda, ma io non posso aspettare. Finalmente faccio la fatidica telefonata; chiamo a casa di Giorgio ma non risponde nessuno. La cosa mi inquieta e non riesco più a sopportare di dover rimanere imbottigliato nel traffico. Mancano un paio di chilometri e sono arrivato. Decido di abbandonare la macchina in strada e di scendere per proseguire a piedi. Appena scendo e inizio a correre, gli automobilisti in coda iniziano ad urlare e a suonare il clacson. Li ignoro e mi allontano dal baccano.

Arrivo al condominio e vedo le macchine della polizia parcheggiate davanti all’ingresso. C’è anche un’ambulanza ferma e un sacco di gente intorno a curiosare. Mi faccio largo tra la ressa, spingendo e strattonando quando finalmente riesco a vedere. C’è il piccolo Tommaso insieme a una poliziotta che gli sta parlando. Gli occhi del bambino sono vuoti e il suo volto fossilizzato in un’espressione apatica. Sento una morsa allo stomaco mentre mi avvicino a lui. Mi passano davanti due paramedici che stanno spingendo una barella coperta da una specie di lenzuolo bianco. Il mio presentimento si è rivelato esatto. Giorgio ha ucciso sua moglie prima di venire con me alla chiesa.

Un poliziotto mi prende per un braccio e non mi lascia passare.

<<Fermo! Non puoi passare da qui!>> mi ammonisce.

<<Mi lasci! La prego, conosco il bambino! Sono suo zio!>> gli dico disperato e lui acconsente a lasciarmi andare.

Mi avvicino al bambino e mi accovaccio a terra per essere alla sua altezza.

<< É un parente?>> mi chiede la poliziotta accanto a Tommi.

<<Sono lo zio>> le dico continuando a guardare negli occhi mio nipote.

<<Vi lascio soli per un po’>> mi dice la poliziotta, dopodiché si allontana.

Afferro la manina di Tommaso e gli accarezzo i capelli.

<<Ti ricordi di me?>> gli chiedo mentre inizio a lacrimare.

Tommi non mi risponde, continua a fissarmi con gli occhi spenti e privi di speranza. Nessun bambino dovrebbe avere quello sguardo.

<<Immagino che anche tu, da adesso in poi, odierai il Natale>> continuo a parlargli sperando che le mie parole possano riportarlo alla realtà <<ma non è così grave. La vita non finisce qui, puoi ancora salvarti. Non buttarti giù altrimenti diventerai un mostro come me.>>

Scoppio a piangere e lo abbraccio.

<<Non smettere mai di credere! Non ti sto parlando del Natale e quelle stronzate religiose che ti insegnano a catechismo. Non smettere mai di credere in te stesso; non smettere mai di credere in qualcosa di positivo. Tieniti stretto anche il più insignificante ricordo felice che hai e non abbandonarlo mai. Non devi dimenticare i tuoi sogni e i tuoi desideri; ti assicuro che ne avrai tanti. Devi solo volerlo.>>

Smetto di parlare e continuo a piangere. Tommaso mi da un bacino sulla guancia e ricambia con un tenero abbraccio.

Il mattino dopo ritrovo dentro casa, in un vecchio scatolone, un vhs. C’è un’etichetta appiccicata sopra e una scritta:

 

Enrico e Giorgio – Natale Casa Nuova

 

Corro giù in cantina a prendere il videoregistratore che avevo messo da parte dopo essermi comprato il lettore dvd/blu-ray. Lo collego alla tv e inizio a guardare la cassetta. Il video si apre con una panoramica del giardino della mia vecchia casa di famiglia. Ci sono io all’età di sette anni mentre corro verso l’enorme pino innevato che si innalza al centro del cortile. A terra, intorno al tronco, ci sono tanti regali. Io mi avvicino tutto contento e mio fratello mi segue. Qualcosa mi turba dunque decido di fermare il nastro. Rimango a fissare il volto di mio fratello, che all’epoca aveva undici anni. Mi accorgo che i suoi occhi sono arrossati come se avesse appena pianto. Rifaccio partire la cassetta e continuo a guardare. Rivivo da fuori un vecchio ricordo ormai perduto. Tutta la notte della vigilia di Natale insieme a  alla mia famiglia. Si ride, si scherza, si gioca a carte e a tombola, si aprono i regali e ci si scambia gli auguri. Una famiglia normale e felice.

Un fotogramma repentino, slegato dal contesto dell’intero filmato, invade per una frazione di un secondo l’intero schermo. Lo noto subito e riavvolgo il nastro fin quando non riesco a fermare la cassetta su quell’unica immagine appartenente a una verità altra. Un frammento di video rimasto impresso sulla pellicola nonostante qualcuno ci avesse registrato sopra. Quando riesco a fermare nel punto giusto, un tremendo colpo al cuore mi lacera il petto. Fatico a respirare. Incredulo mi allontano dalla tv, scoppiando a piangere e a urlare disperato.

In quel fotogramma c’eravamo io e Giorgio da bambini, entrambi nudi, immortalati in un atto di sesso pedo-incestuoso nei meandri di un luogo scuro e poco illuminato.

Nostro padre era un mostro. Lui e tutte quelle puttanate religiose che voleva inculcarci. Quel pezzo di merda schifoso!

Mio fratello era già abbastanza grande il giorno in cui fu girato quel video. Si è portato questo ricordo con se fino al giorno della sua pazzia; mentre io, nel mio meccanismo di difesa inconscio, ero riuscito a rimuovere tutto.

A volte, per riuscire ad andare avanti, è necessario nascondere certe verità inaccettabili sperando che il tempo possa creare delle barriere solide e impenetrabili. Anche se purtroppo, prima o poi, tutto questo bisogna affrontarlo.

 Ma non importa quanta neve è necessaria a coprire un enorme cumulo di merda fumante. Ora capisco l’importanza di quel manto bianco di ipocrisia: la favola del Natale è una necessità; un modo per allontanare, almeno per un giorno, tutti gli stronzi galleggianti che, come fantasmi, ci portiamo appresso durante il corso delle nostre vite.

 

 Ho appena ritirato il test dell’HIV e ho scoperto di essere siero positivo. La notizia non mi ha turbato più di tanto. Ma che bel regalo di Natale! 

Guardo fuori dalla finestra mentre continua a nevicare. Mi accendo una sigaretta e ripenso al piccolo Tommi e al piccolo Giorgio, entrambi legati da un destino beffardo e crudele.

In solitudine nel mio elegante appartamento la notte della vigilia di Natale, mi prendo un po’ di tempo per pensare. Mi sento, in fin dei conti, quello di prima. Continuo a non provare niente per le persone, o forse è quello che continuo a sperare. Quello che è successo in qualche modo mi ha toccato, è vero. Ma forse solo una piccola parte di me ha avvertito la speranza e il desiderio di una “normalità”; mentre tutto il resto di me si trova ormai sepolto, ancora più in profondità, da una valanga di merda.

Me la sono spassata, tra alti e bassi, ed ora è arrivato il momento di pagare il conto.

Non mi vergogno di quello che sono o per quello che ho fatto.

Una serie di avvenimenti e circostanze mi ha portato ad essere così e dopotutto sono stato felice.

Mi bevo un ultimo whisky mentre continuo ad osservare la neve fioccare al di là della finestra e sorrido, immaginando di vedere mio fratello Giorgio mentre prende a pugni in faccia mio padre in un ipotetico paradiso immaginario.

<<Buon Anale fratellone!>> esclamo ad alta voce sollevando il bicchiere verso la finestra.

Butto giù, tutto d’un fiato, il whisky e chiudo gli occhi.

La vita è una barzelletta.